NONOSTANTE IL COGNOME, ARONADIO FONDA LA RELIGIONE DELL’IO. MA LA COMMEDIA SUI “CREDULONI” NON FARÀ ALCUN SCANDALO

L’angolo di Michele Anselmi 

Se Eugenio Scalfari ha potuto scrivere un libro che si intitola “Incontro con Io”, e l’hanno pure preso sul serio, Alessandro Aronadio, nel cui cognome compare il suffisso “dio”, fa benissimo a scrivere e dirigere un film che si intitola “Io c’è”. In entrambi i casi il gioco di parole è con Dio. Ma nessuno si scandalizzerà, neanche della frase, piuttosto banale in verità, che Aronadio scrive sulle note di regia a mettere le mani avanti: “Da ateo, ho sempre avuto una grande curiosità per il mondo della fede. Sarebbe fin troppo semplicistico, nonché stupido, considerare i credenti soltanto come meri partecipanti di un delirio collettivo”. Grazie per “il delirio collettivo”. Mancava solo che scrivesse “creduloni”.
Però, subito dopo, evocando “morti che resuscitano, fasci di luce portentosi, entità superiori magnanime o vendicative”, il regista di “Orecchi” tira in ballo la sospensione dell’incredulità, intesa non solo come approccio dello spettatore a una storia narrata, ma proprio come pratica usuale dei credenti. Magari bisognerebbe ricordargli quel vecchio adagio dei protestanti valdesi: “Chi non crede dubita di Dio, chi crede dubita di sé stesso”.
Per fortuna il film, che esce il 29 marzo, targato Lucisano Media Group e Vision Distribution, è meglio di quelle note di regia. Nel senso che la commedia è pilotata con una certa arguzia: non mancano i riferimenti politici perfino al governo Monti, l’andamento birichino via via tende al serio, si strizza l’occhio al teologo greco Origene di Alessandra e il finale aperto ci ricorda quanto insidiosa sia la cosiddetta eterogenesi dei fini.
A fondare la buffa religione “ionista”, cioè imperniata sull’esaltazione di un Io che si riconosce in uno specchio-altare e prende sicurezza di sé, è Massimo Alberti, un ex figlio di papà che se la passa male. Il suo lussuoso bed & breakfast “Miracolo italiano”, nel cuore di Roma, ha perso clienti e appeal, sicché lui, a un passo dal tracollo, decide di ribattere alla concorrenza sleale delle suore che affittano in nero a 40 euro le antiche celle di un convento proprio lì di fronte. Come? Trasformando il bed & breakfast in luogo di culto, insomma nel tempio di una nuova Fede, lo “Ionismo” appunto, in modo da poter far tutto esentasse. La sorella Adriana, brava commercialista mal maritata con un uomo pedante, offrirà il sostegno tecnico, mentre il versante “teologico” sarà messo a punto da uno scrittore sfigato, Marco Cianca, a corto di soldi. “Per inventare una religione bisogna prima capire come funziona una religione” teorizza l’ideologo, il quale, dopo aver ascoltato rabbini, imam e preti cattolici, mette a punto un credo all’insegna di un sincretismo piacione e permissivo, il cui primo comandamento/suggerimento recita “Non avrai altro Dio all’infuori di te”, accettabile da tutti, specie dai primi fedeli coinvolti, che sono i derelitti prima ospitati dalle suore.
Avrete capito. Il furbacchione ignorante pensa solo a guadagnarci per tornare a vivere negli agi, già sento odore di 8 per 1000, ma intanto il culto si allarga, i fedeli accorrono, lo “Ionismo” viene preso sul serio, qualcuno rischia pure di morire per dare retta alle parole del Maestro in kimono: “Non so che cosa ci sta alla fine del viaggio, ma intanto godiamoci il viaggio”. Non può durare, anche perché il medesimo santone entra in crisi dopo aver celebrato un funerale contrappuntato (ironicamente?) da “Ritornerai” di Lauzi.
Scandito dalla pia voce narrante di Franco Mannella, “Io c’è” non rischia nulla: nessuno protesterà, il paventato “terreno minato” non pare tale da creare scandalo. Anche perché la commedia, interpretata con apprezzabile misura da Edoardo Leo, Margherita Buy e Giuseppe Battiston col rinforzo di Massimiliano Bruno e Giulia Michelini, scherza in modo abbastanza innocente, indolore, sul tema, rispecchiando lo spiritello ateista del regista. Dimenticare, insomma, film densi come “La saggezza nel sangue” di John Huston o “Vendesi miracolo” di Richard Pearce, ma è anche vero che l’America, in materia di sette e santoni, fa le cose in grande.
PS. Sotto la barba, le treccine e il cappellone del rabbino c’è Andrea Purgatori.

Michele Anselmi

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