ECCO LA VERA STORIA DI TONYA, PATTINATRICE “WHITE TRASH”. LA TRAGEDIA AMERICANA SI TINGE DI BUFFO (MA ANCHE DI LIVIDI)

L’angolo di Michele Anselmi 

Può tornare utile quanto sintetizza Wikipedia in merito alla locuzione statunitense “white trash”: «Letteralmente spazzatura bianca. È un’espressione gergale e dispregiativa usata negli Stati Uniti. Indica persone di razza “caucasica”, cioè bianca, di bassa estrazione sociale, prive di cultura o di modi quantomeno decenti, ed è paragonabile ai termini italiani “burino”, “cafone”, “tamarro”».
Sono “white trash” quasi tutti i personaggi da motel di “Un sogno chiamato Florida”; è “white trash”, per sua stessa ammissione, la protagonista di “Tonya”, da giovedì 29 marzo nei cinema con Lucky Red. Applaudito alla Festa di Roma 2017 e reduce da un Oscar andato all’attrice Allison Janney, che incarna la terribile madre, “Tonya” racconta la sventurata, bizzarra e survoltata storia di Tonya Harding, straordinaria pattinatrice americana e insieme artefice, suo malgrado, di uno dei più clamorosi scandali dello sport in questione. Storia autentica, infatti il regista Craig Gillespie pubblica sui titoli di testa un cartello che recita: “Tratta da interviste assolutamente vere, totalmente contraddittorie e prive di qualsiasi ironia con Tonya Harding e Jeff Gillooly”. La cine-ricostruzione degli eventi, che prende in esame circa tre decenni, gioca proprio con le discrepanze delle due versioni, dentro uno stile buffo e crudele, un po’ alla maniera di film, pure essi ispirati a vicende reali, come “American Hustler – L’apparenza inganna” o “Pain & Gain – Muscoli e denaro”.
Nella Portland povera dei primi anni Settanta, l’eroina eponima cresce in una famiglia alquanto “disfunzionale”: la madre, tosta e anaffettiva, la spinge ad assecondare il suo talento assoluto per il pattinaggio su ghiaccio; il padre, lesto ad andarsene, le insegna a uccidere e scuoiare conigli per trarne delle pelliccette. Bella, bionda e audace, Tonya diventa un’eccellenza sportiva, è tra le poche ad effettuare il “triple axel”, ma è anche un problema per la Federazione di categoria: sputa parolacce, pattina col rock degli ZZ Top, indossa abiti pacchiani. Nel biennio 1991-1992 Tonya vive il suo momento d’oro, vince il Campionato nazionale e si piazza bene ai Giochi olimpici mondiali, poi nel 1994 il disastro: la collega e avversaria Nancy Kerrigan viene azzoppata con una sbarra da due balordi, e la pista sembra portare a lei, Tonya, e al suo manesco e dissennato marito Jeff, dal quale ogni tanto si separa per poi riprenderselo in casa.
“In America vogliono qualcuno da amare e qualcuno da odiare” sentiamo dire in sottofinale. A occhio, Tonya Harding fu più odiata che amata. Il film, lungo due ore, mette in scena quella “tragedia americana” in un mix di stramberie e malinconie, di scemenze mitomani e squallori sottoproletari. Lo stile procede per accumulo grottesco, e ogni tanto ti sembra impossibile che le cose siano andate così; invece, assicura il regista, andarono proprio così. È l’America.
Punteggiato ironicamente dalla romantica canzone “Dream a Little Dream of Me”, il film è adrenalinico, feroce, politicamente scorretto, in fondo disperato, ma a suo modo divertente per il mondo svalvolato che mette in scena. Margot Robbie incarna Tonya, dai sedici anni a oggi, con notevole grinta e identificazione corporale, anche scivolando con grazia sui pattini (a parte gli effetti speciali). Sebastian Stan e Allison Janney sono il marito e la madre, perfetti nei loro ruoli, anche se è Paul Walter Hauser a strappare l’applauso nei panni del ciccione e sciroccato Shawn, sedicente agente segreto. Avrete capito che tutti somigliano paurosamente agli originali, come confermano le immagini sui titoli di coda.

Michele Anselmi

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