Non tutti hanno il suo stile. “Il cinema di Richard Lester” schiude i segreti del regista di “Petulia”

Perfettamente in grado di conciliare sguardo commerciale e colto, Richard Lester ha attraversato oltre trent’anni di cinema angloamericano con l’irriverenza tipica degli autori più anarcoidi, nonostante le molte produzioni di cassetta a cui ha prestato il suo stile particolarissimo. Il cinema di Richard Lester, libro collettaneo edito da Il Foglio Letterario, analizza un percorso che ha pochi uguali nella storia del cinema. Ne abbiamo parlato con Fabio Zanello, curatore insieme a Roberto Lasagna e Anton Giulio Mancino.

Quello di Lester è un cinema che si concentra su percorsi “iconici”: in che modo ha lavorato su simboli assoluti e riconoscibilissimi, restituendoli attraverso un filtro totalmente nuovo?

F.Z. Prima di tutto va precisato che sono stati proprio questi simboli assoluti e riconoscibilissimi, tanto per usare le tue parole che hanno reclutato Lester. Un signore che non ha bisogno di presentazioni come Paul McCartney voleva assolutamente Lester al timone di “A Hard Day’s Night”, memore delle collaborazioni televisive decisamente esilaranti fra il regista e Peter Sellers. Nel suo saggio incluso nel libro su “A Hard Day’s Night”, Michele Raga scrive di un incontro poco casuale fra Lester e i Beatles. “A Hard Day’s Night” ed “Help” restano ancora oggi due film che vanno oltre la dimensione promozionale dei Beatles, ma sono degli esperimenti audaci, che hanno gettato le basi teoriche del rockumentary e del videoclip nel senso più moderno del termine. Fra Lester e i Beatles esisteva un legame consolidato e lo dimostra anche il film in solitaria di John Lennon “Come vinsi la guerra”. Per quanto riguarda “Superman”, Lester sostituisce sul set l’altro Richard ossia Donner dopo il licenziamento, creando un secondo capitolo superiore al primo, anche con l’ausilio di gag ciniche e surreali come quella in cui Clark Kent, privato dei superpoteri, è malmenato da un bullo in un bar. Il classico tocco d’autore insomma.

I Beatles e i quattro moschettieri: affinità e divergenze per Lester…

F.Z. Domanda decisamente intrigante la tua! Oltre ad essere entrambe icone della cultura pop, penso che i moschettieri di Dumas condividano con i Beatles l’inclinazione verso un’energia dirompente su come affrontare il rischio, il rimettere in discussione se stessi, gettarsi a capofitto in imprese rocambolesche, anche a costo di scontentare i loro sostenitori. Credo che anche i moschettieri siano consapevoli, come i 4 di Liverpool, che il pubblico va educato prima di tutto. Poi andando oltre la superficie, Athos è fisicamente complementare a Ringo Starr e sul piano storico tutti hanno dovuto confrontarsi con una monarchia europea. Ecco questo è per me l’approccio lesteriano nei loro confronti.

Proprio la trilogia dedicata ai Moschettieri di Dumas dimostra in maniera chiara il metodo cinematografico del regista anche in relazione al tempo. Dai primi riuscitissimi episodi si arriva al tardo “Il ritorno dei tre moschettieri”, un film che mostra la corda, quasi fosse fuori tempo massimo…

F.Z. “Il ritorno dei moschettieri” è il capitolo più debole della saga, anche perché fu funestato dalla morte, avvenuta durante la lavorazione, di Roy Kinnear, attore feticcio e amico personale di Lester. Kinnear cadde da cavallo, fratturandosi il bacino e, una volta ricoverato in ospedale, fu stroncato da un infarto. Una pessima uscita di scena la sua.

Come gli inglesi Tony Richardson o John Schlesinger, Richard Lester ha avuto una seconda carriera nei “suoi” Stati Uniti, mantenendo però tutta l’irriverente carica british degli inizi. Parliamo della seconda parte della carriera del regista? Com’è stata accolta da critica e pubblico?

F.Z. La carriera americana del regista ha funzionato molto bene al box office con i primi due film sui moschettieri e “Superman II” e Superman III”. Mentre invece la satira mafiosa de “Il vizietto americano” e la commedia nera “Il treno più pazzo del mondo”, nonostante il cast di lusso e una notevole performance di un Jim Carrey sconosciuto all’epoca, ma già mattatore a tutto campo, hanno ottenuto incassi piuttosto modesti. Questi film a mio avviso meriterebbero una riabilitazione critica assai approfondita.

Il sodalizio con Sean Connery produce due film particolarissimi: in special modo, penso alla malinconica riflessione sul tempo che è “Robin e Marian”…

F.Z. Altre due icone finite nel mirino del regista. Concordo con te: il film è un superbo apologo in odore di tragedia sul rapporto fra la leggenda e la storia, sul tramonto dell’epica cavalleresca e sulla vecchiaia incombente anche sugli eroi della tradizione. Un gioco a cui Connery e la Hepburn si adeguano con vibrante partecipazione.

Scritto con George McDonald Fraser, già autore della trilogia di Dumas, “Royal Flash – L’eroico fifone” racchiude molto del pensiero di Lester sui meccanismi della storia, anche considerando il personaggio di un McDowell-Candido..

F.Z. Oltre a consigliarvi di leggere quello che ne ha scritto Maria Teresa Avolio, leggerei questo film anche come una nemesi dell’affresco storico messo in scena da Kubrick in “Barry Lyndon”. Una parodia del film in costume piena di momenti slapstick e irriverenti sberleffi ai rituali della società borghese e aristocratica di quell’epoca come il duello. Pensiamo alla scena dove si affrontano nella scherma Malcolm Mc Dowell e Oliver Reed! Il suo gusto per il paradosso la imparenta a certe gag di una gemma demenziale come “Monty Python e il Sacro Graal”.

Il cinema di Lester corrode con l’ironia molti miti occidentali, dai capolavori “Non tutti ce l’hanno” e “Petulia” fino alle rivoluzioni dei due “Superman”, pur in contesti diversi, l’approccio non cambia…

F.Z: L’ironia permea tutto il cinema lesteriano. Penso anche al climax narrativo di “Juggernaut”, storia di un gruppo di spericolati artificieri, che devono disinnescare le bombe, che un folle terrorista ha piazzato su un transatlantico. I monologhi densi di humour di Richard Harris, il caposquadra che vuole tirare su il morale ai suoi compagni, impegnati come lui in una missione suicida, sono densi di prese in giro e sarcasmo, tipiche del cameratismo. La tensione così si stempera nel sorriso.

Chi ha raccolto l’eredità di Lester? Penso ad alcuni film di Soderbergh, grande fan del regista…

F.Z. Steven Soderbergh ha indubbiamente metabolizzato alcuni aspetti della lezione lesteriana nella saga di Danny Ocean e nel più recente “Logan Lucky”: la coralità dei personaggi, una chimica ludica fra gli attori, battute al vetriolo, il glamour divistico dissacrato e un montaggio frenetico cadenzato sull’accelerazione. Anche certe satire sui generi firmate dai Coen Bros. come “Mister Hoola Hop” e “Ladykillers” mi hanno fatto pensare ad una reminiscenza lesteriana. Sarebbe interessante sentire la loro opinione al riguardo.

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