A 71 ANNI SPIELBERG SCOPRE L’UOVO (MEGLIO QUELLO DI PASQUA). I GIOVANI FORSE SI DIVERTIRANNO, IO HO GUARDATO L’OROLOGIO

L’angolo di Michele Anselmi 

Ferve il dibattito, tra spielberghiani accaniti, sul giudizio estetico-etico da dare al nuovo “Ready Player One”, che esce domani, mercoledì 28 marzo, con Warner Bros. C’è chi esalta, sia pure cogliendo la filosofica ammonizione a tornare coi piedi per terra contenuta nel kolossal tutto effetti speciali, il fantasmagorico mondo virtuale di Oasis nel quale cullarsi e rispecchiarsi, rivivendo infinite cine-citazioni pop immerse nella placenta di una nostalgia continuamente riscaldata. “Non c’è condanna dell’escapismo, ma umana comprensione per chi evade da una realtà priva di speranze” sentenzia Emanuele Sacchi su MyMovies.it. E c’è chi sostiene al contrario, come Marzia Gandolfi su Facebook, che il film “non sia una dichiarazione d’amore agli anni Ottanta, ma un colpo ben assestato all’industria della nostalgia che defibrilla cinefili fiaccati da anni di referenze asettiche e di cultura geek* degenerata”.
Accidenti. Francamente, non saprei prendere partito. Nel senso che era da parecchio che non mi annoiavo così tanto al cinema (forse solo con “Happy End” di Michael Haneke). Sarà l’età, sicuramente. Mi piace lo Spielberg maturo, che riflette sui temi della storia patria, a volte in chiave di bruciante kolossal bellico, a volte in chiave di serrata indagine dialettica, senza perdere di vista i temi esistenziali, più o meno sempre legati al ruolo cruciale del padre. Dopo due capolavori come “Il ponte delle spie” e “The Post”, questo nuovo “Ready Player One”, tratto dal romanzo, s’intende “distopico”, di Ernest Cline edito in Italia dal 2011, mi ha fatto invece l’effetto di un giocattolone, naturalmente con morale incorporata, che stordisce ma non avvince. Del resto, non sarà un caso che il progetto sia stato proposto prima a registi come Robert Zemeckis, Peter Jackson e Christopher Nolan.
“Questo film è un atto di difesa dell’ultima libertà: la privacy” ha scandito il regista a Roma, nei giorni scorsi, e certo c’è del vero. L’accoppiata futuribile social network & cyberspazio può essere devastante, secondo il 71enne Spielberg, specie se si finisce col dimenticare – ecco la frase cruciale del film – che “La realtà è l’unico posto in cui si mangia un pasto decente”.
Non avete capito nulla? Nell’anno 2045 inquinamento e sovrappopolazione hanno reso grama la vita sulla Terra. La povera gente vive rinserrata in fatiscenti quartieri-dormitorio detti “Le cataste”, l’unica fuga dalla realtà è l’immersione nel mondo virtuale di Oasis, creato da James Halliday, un fantasioso genietto coi capelli lunghi, ma precocemente invecchiato, anzi da poco morto. Siamo a Columbus, Ohio, dove lo sveglio giovanotto Wade Watts, maniaco di quei giochi, dà l’assalto al cielo in cerca di un di un misterioso “easter egg” che consente, a chi lo trova e vince ogni sfida, di ottenere il controllo di Oasis. Ma i cattivi della multinazionale Ioi non possono permettere che Wade e i suoi amichetti, naturalmente gialli e neri più l’eroina amata, tutti dotati di “avatar” virtuali dai nomi bizzarri come Parzival o Art3mis, risalgano all’uovo vincendo i tre livelli del “gioco di Anorak”.
Trionfo assoluto di una prodigiosa tecnica digitale che alterna elaborazioni grafiche e attori in carne ossa, “Ready One Player” immerge lo spettatore in un flusso continuo di immagini, citazioni, riferimenti, battaglie di mostri, suggestioni visive e videogiochi sfrenati, naturalmente puntando al grande pubblico giovanile. “Nessun uomo è fallito se ha degli amici” teorizza l’ex nerd e demiurgo Halliday, in buona misura alter-ego del regista, ma debbono passare circa 140 minuti prima che l’Uovo, non di Pasqua, finisca nelle mani buone.
Le citazioni? Da “Ritorno al futuro” a “Le avventure di Bukaroo Banzai nella quarta dimensione”, da “Godzilla” a “King Kong”, da “Akira” a “Street Fighter”, da “Lara Croft” a “Shining” (l’omaggio a Kubrick è il più divertente), più tutte quelle che troverete, incluse le strizzate d’occhio alle canzoni dei Duran Duran e di Van Halen. Un’indigestione molesta, per i miei gusti, per arrivare a un finale che più classico, umanistico e rassicurante non si può. Spero che la fuga nell’adolescenza duri poco. Spielberg lo preferisco alle prese con argomenti più seri e profondi. Poi, certo, dipenderà dagli incassi di “Ready Player One”, immagino.

Michele Anselmi

* Geek: nel gergo di Internet, persona che possiede un estremo interesse e una spiccata inclinazione per le nuove tecnologie

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