“L’ULTIMO VIAGGIO” DI UN NAZISTA CHE AMÒ UNA COSACCA. UN NONNO, UNA NIPOTE, UN SEGRETO (E I CONTI CON LA STORIA)

L’angolo di Michele Anselmi 

Mi piacciono i film che raccontano storie di vecchi che si mettono in viaggio perché hanno qualche conto in sospeso o vogliono vivere, nel crepuscolo della vita, un’emozione in più. Tornano in mente, appunto, “Un’emozione in più” di Francesco Longo; e anche, un po’ alla rinfusa, “Stanno tutti bene” di Giuseppe Tornatore, “Harry & Tonto” di Paul Mazursky, “Una storia vera” di David Lynch, pure il cartone animato “Up” di Pete Docter e Bon Peterson.
Giovedì 29 marzo esce, distribuito da Satine Film, “L’ultimo viaggio” del tedesco Nick Baker-Monteys, e il titolo già dice molto, se non tutto. Trattasi di un curioso “road movie” che mette addirittura in scena un 92enne, curvo e piuttosto malandato, deciso a ritrovare una cosacca che amò sul finire della Seconda guerra mondiale.
Eduard Leander ha appena perso la moglie, mai amata davvero. Contro il parere della figlia Uli, che lo vorrebbe spedire in un pensionato, sistema le sue cose, si rifornisce in banca di euro e prende il treno per Kiev, nella lontana Ucraina, pur sapendo che da quelle parti, siamo nel 2014 subito dopo l’annessione della Crimea alla Russia, tira una brutta aria di guerra civile. Eduard non vuole scocciature, invece si ritrova nel vagone la nipote trentenne Adele, una mezza punk sciroccata che fa la cameriera in un bar, spedita al volo da Uli, quindi sprovvista di passaporto, per fermarlo.
Il treno parte, e a quel punto, secondo la tradizione cine-picaresca, i due dovranno per forza imparare a conoscersi, anche a volersi bene. Alla strana coppia si unisce un esuberante ucraino, Lew, che prima si porta a letto Adele con l’aiuto di qualche pillola e poi, una volta arrivati a Kiev, aiuterà i due a raggiungere il confine con la Russia, pure ad attraversarlo clandestinamente, alla ricerca dello sperduto villaggio dove vive ancora qualche cosacco, forse la sempre rimpianta Svetlana.
L’avventurosa “traversata” è reale e simbolica allo stesso tempo. Da giovane Eduard fu un feroce ufficiale della Wehrmacht, delegato a comandare un reparto di cosacchi a cavallo contro l’esercito sovietico e poi finito in un gulag. Col suo vecchio cappello di pelo in testa e qualche parola di russo in bocca, lo scorbutico tedesco si inoltra in quel viaggio finale senza fare sconti a nessuno, nemmeno a se stesso, pronto perfino a confessare antichi crimini di guerra alla nipote che assiste, prima sgomenta e poi incuriosita, alla scoperta di un mondo sconosciuto.
“Ci ho provato a chiudere a chiave i ricordi della guerra, ma ho continuato a pensarci, ogni singolo giorno della mia vita”: sta qui, in questa frase di Eduard, il nucleo emotivo di un film abbastanza toccante, ma non ruffiano, che sin dalla primissima inquadratura svela l’epilogo della storia. Jürgen Prochnow, che qualcuno ricorderà magnifico protagonista di “U-Boot 96” e poi gran cattivo a Hollywood, si invecchia di parecchi anni per calarsi nelle rughe e negli acciacchi del suo Eduard, e certo fa tenerezza la grinta disperata con la quale si mette alla ricerca della “sua” Svetlana (però la voce di Rodolfo Bianchi, usata per la versione italiana, è un po’ troppo “giovanile”). Petra Schimdt-Schaller è la nipote Adele, tutta piercing e magliette a strati, epitome di una gioventù tedesca cresciuta senza sapere nulla, incapace di trovare un’identità. Tambet Tuisk è Lew, a sua volta stretto in un lacerante dilemma familiare: schierarsi coi russi o coi “separatisti”?
Inutile dire che c’è poco da ridere, la ballata è amara: ma questo l’avrete già capito.

Michele Anselmi

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