CHARLEY THOMPSON, IL SEDICENNE CHE RUBÒ UN CAVALLO. UN FILM TRA BALLATA ON THE ROAD E ROMANZO DI FORMAZIONE

L’angolo di Michele Anselmi 

In originale si chiama “Lean on Pete”, dal nomignolo bizzarro affibbiato a un cavallo (significa suppergiù “Contare su Pete”). Il titolo italiano sposta l’attenzione sul giovane protagonista, appunto Charley Thompson, incarnato sullo schermo dal vibrante Charlie Plummer, laureato a Venezia 2017 con il Premio Mastroianni e subito dopo ingaggiato da Ridley Scott per il ruolo del giovane John Paul Getty III in “Tutti i soldi del mondo”.
Il regista inglese Andrew Haigh, quello di “Weekend” e “45 anni”, si trasferisce stavolta a Portland, nell’Oregon americano, lo stesso di “Tonya”, per raccontare, la storia di un adolescente che ruba un cavallo. Detta così, parrebbe una roba da ragazzi un po’ alla Disney, ma in realtà il film, come il romanzo del musicista Willy Vlautin da cui è tratto, non inclina al sorriso, anzi si propone come un’acre ballata sulla dignità e la determinazione, contro tutto e tutti.
Charley Thompson è un sedicenne abbandonato dalla madre appena nato e tirato su da un padre affettuoso quanto sventato con le donne sposate. Squattrinato e solitario, il giovanotto trova una specie di famiglia in Del, uno spiegazzato e truffaldino addestrare di cavalli da corsa, e nella sua fantina e complice (sono Steve Buscemi e Chloë Sevigny). Echi di Steinbeck, Shepard e McCarthy risuonano nel romanzo, così almeno leggiamo; mentre il film, lungo due ore e piuttosto divagante, non sempre avvincente, ma molto apprezzato dai critici all’ultima Mostra di Venezia, cerca la chiave del racconto di formazione, specie quando Charley, alla ricerca di una lontana zia trasferitasi nel Wyoming, sottrae ai due il vecchio cavallo Lean on Pete altrimenti destinato a un macello messicano e si mette in viaggio a piedi attraverso il deserto col suo cappelluccio verde in testa. Che dite: gliela farà?
Paesaggi desolati, miseria diffusa, “quarter horse” dopati, barboni violenti, junk food, country music e battute sboccate: è in questo contesto a tratti miserabile che Charley prova a non farsi travolgere dagli eventi, semmai a guidarli, confidando sulla propria ruvida innocenza. Non saprei dire se Charley sia “un giovane Holden dei nostri giorni, senza la frustrazione latente e gli impulsi di ribellione del personaggio di Salinger”, come ha scritto il collega Stefano Lo Verme. Ma chi ama i road-movie americani, insomma quei film di viaggio che mettono insieme improbabili compagnie su sfondi di struggente bellezza, probabilmente apprezzerà “Charley Thompson”, nelle sale dal 5 aprile con Teodora.

Michele Anselmi

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