CURIOSO: L’ULTIMO FILM TARGATO WEINSTEIN PARLA DI STUPRI. “I SEGRETI DI WIND RIVER”, BEL THRILLER TRA LUPI, NEVE E INDIANI

L’angolo di Michele Anselmi 

La coincidenza suona curiosa, pure premonitrice. L’ultimo film prodotto da Harvey Weinstein, prima dello scandalo sessuale che l’ha travolto, parla di stupri. Infatti il nome del produttore è abbastanza ben nascosto sui titoli di coda del notevole “I segreti di Wind River”, nelle sale dal 5 aprile con Eagle Pictures dopo un passaggio al Torino Film Festival 2017.
Il thriller nella neve è un classico del cinema poliziesco, anche se qui non c’è un serial killer da trovare; in più siamo in un riserva indiana, nel cuore del Wyoming, e si sa come sono ridotti a vivere i nativi americani da quelle parti: miseria, alcolismo, tossicodipendenza, poco lavoro, disperazione, violenza diffusa, sparizioni misteriose sulle quali nessuno indaga. Dice il regista esordiente Taylor Sheridan, sceneggiatore di film di successo come “Sicario”: “La riserva indiana è il più grande fallimento americano. Un luogo il cui le leggi dello Stato lasciano spazio alle leggi di natura”.
In effetti si sta piuttosto male a Wind River. La neve copre tutto per molti mesi all’anno, la temperatura scende a meno 25 gradi, basta poco per morire assiderati. Qui vive Cory Lambert, uno che si presenta così: “Do la caccia ai predatori”. Perlopiù lupi e leoni di montagna, una minaccia costante per chi alleva il bestiame; ma noi sappiamo che prima o dopo il ruvido tiratore scelto con cappello da cowboy e giaccone Carhartt, capace di mimetizzarsi e di seguire le tracce come un guerriero, avrà a che fare con un altro tipo di bestie. Del resto, c’è un motivo se Cory è diventato così: sposato a un’indiana che non s’è più ripresa dal trauma, ha visto morire la figlia sedicenne, stuprata e straziata da un gruppo di ragazzi feroci dopo una festa. Da allora l’uomo, ulcerato nel profondo ma determinato a non farsi schiantare, è diventato una piccola leggenda tra le tribù Arapahoe e Shoshone.
Quando un’altra ragazza di Wind River viene trovata uccisa ai bordi di un lago ghiacciato, senza scarpe, con segni evidenti di una violenza carnale, l’incubo sembra ripetersi. Ingaggiato dalla polizia tribale, Cory si dispone alla caccia, ma stavolta arriva dal caldo una giovane e inesperta agente Fbi, Jane Banner, e i due saranno costretti dagli eventi a far coppia sulla motoslitta.
Echeggiano frasi come questa: “La fortuna non esiste da queste parti, esiste in città”. Oppure: “I lupi non uccidono i cervi sfortunati, ma quelli deboli”. Insomma avete capito il clima generale da western contemporaneo con corredo di lezione morale, piglio antropologico e denuncia sociale. Sheridan adotta una stile mica male: realismo estremo nel racconto delle condizioni estreme di vita; dialoghi laconici o punteggiati da silenzi eloquenti; una minaccia crescente che ha a che fare con alcuni operai al lavoro in una raffineria nel mezzo del nulla; un finale che disciplina le cine-regole della vendetta all’elaborazione necessaria del lutto.
Più che a “Fargo”, il film somiglia, nell’atmosfera tesa e amara, a titoli come “Un gelido inverno” e “Frozen River”, e bisogna riconoscere al regista esordiente, subito ingaggiato da Netflix per la serie “Yellowstone” con Kevin Costner, una mano sicura nello scegliere e dirigere gli attori, specie i due azzeccati protagonisti: cioè Jeremy Renner (Cory) ed Elizabeth Olsen (Jane). Non tutti riconosceranno invece Graham Greene, che fu Uccello Scalciante in “Balla coi lupi” e qui, con molti chili in più, incarna il rassegnato capo della polizia tribale.

PS. “I segreti di Wind River” andrebbe visto insieme a “Hostiles – Ostili”. In fondo parla della storia, sia pure 130 anni dopo.

Michele Anselmi

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