BERLUSCONI SOLO UNO SPUNTO PER “IO SONO TEMPESTA” DI LUCHETTI. MA L’OPERA BUFFA È POCO BUFFA E GIALLINI FA SEMPRE SE STESSO

L’angolo di Michele Anselmi

Giuro: sono uscito da “Io sono Tempesta”, alquanto rintronato dalle musiche di Carlo Crivelli arieggianti Pergolesi, Mozart e Rossini, pensando di aver assistito a una sorta di opera buffa applicata alla commedia sociale. Non avevo letto le note di regia di Daniele Luchetti, che cominciano così: “Il film è una farsa sociale, un’opera buffa, una commedia invernale sul potere del denaro, un piccolo affresco tragicomico”.
Tuttavia, a mio parere, “Io sono Tempesta” non è una riuscita. La tanto evocata “leggerezza” volentieri trascolora nell’inconsistenza e la sottolineata libertà dai fatti di cronaca (leggi Berlusconi) non attinge al messaggio universale, magari pure per l’ansia di realizzare un film divertente, dai vaghi toni fiabeschi, con l’ambizione, s’intende, di “lasciare qualche spunto di riflessione sui grandi temi del denaro e dello squilibrio sociale”.
Prodotto da Cattleya con Raicinema, “Io sono Tempesta” esce nelle sale il 12 aprile e può darsi che sia un successo commerciale. Me lo auguro per Luchetti, il quale peraltro è già al lavoro su un nuovo progetto, tratto dal libro “Momenti di trascurabile felicità” di Francesco Piccolo. Insomma, la leggerezza all’ennesima potenza. Auguri.
La tempesta suggerita dal titolo quasi biblico in realtà è un cognome. Numa Tempesta si sente un moderno re di Roma, essendo un facoltoso e scaltro finanziere, bello e piacione, molto ben introdotto nei palazzi della politica, ramo centrodestra, che gestisce un fondo da un miliardo e mezzo di euro. Il suo motto è: “Tutto è legale, finché non ve beccano”. Purtroppo, nel mezzo di un affare miliardario nelle aride montagne del Kazakistan, il faccendiere deve fare i conti con una vecchia condanna del 2012 per frode fiscale. La pena è un anno di servizi sociali in un centro d’accoglienza per poveri e diseredati dalle parti dello Scalo San Lorenzo. Lui si presenta in Maserati e doppiopetto d’alta sartoria pensando che sia tutto uno scherzo. Fingersi “empatico” verso quella povera gente non è un problema per uno abituato ad abbindolare fior di potenti; invece Tempesta dovrà mostrarsi più flessibile del solito per sedurre la monacale direttrice del centro e ingraziarsi quella banda multietnica di poveracci guidata da Bruno, un giovane padre finito sul lastrico insieme al figlio.
Naturalmente Luchetti, regista cresciuto nel segno della commedia all’italiana più asprigna, tra Risi e Monicelli, non confeziona un film manicheo, col cattivo da una parte e i buoni dall’altra. Infatti gli squattrinati sono un po’ “brutti, sporchi e cattivi”, come succedeva nel film di Scola e succede nel recente “Io c’è” di Aronadio, cioè lesti a truffare il prossimo se c’è da strappare qualche comodità, pure a imparare dal bieco finanziere; mentre Tempesta, che vive in un enorme albergo vuoto in stile Overlook Hotel facendosi trastullare da tre ragazze dette “le Radiose”, porta inciso nella sua storia da riccone il ricordo del padre farabutto che gli urlava in faccia, da bambino, l’epiteto “Coglione”.
Tra battute sdolcinate come “L’amore è l’empatia con gli interessi” e strizzatine d’occhio al mondo di Berlusconia, “Io sono Tempesta” rivela sin dai titoli di testa, dove risuona la spiritosa canzone “Ho visto un re” di Enzo Jannacci, un certo tono sornione, diciamo politicamente scorretto, non moraleggiante. Purtroppo è l’intelaiatura generale del film, divisa in capitoletti, ad essere friabile, punteggiata com’è da episodi incolori, da affondi dialettali prevedibili, da situazioni pure inverosimili (il copione è firmato dal regista con Giulia Calenda e Sandro Petraglia).
Marco Giallini, nei panni dell’antieroe eponimo, fa un po’ sempre Giallini, sia che incarni uno psicoanalista separato, un padre rocchettaro o un professore liceale, diciamo che cambia solo il colore dei capelli e della barba o la fattura degli abiti; Elio Germano, che con Luchetti ha girato i notevoli “Mio fratello è figlio unico” e “La nostra vita”, appare quasi spaesato nel ruolo, piuttosto sfocato, di Bruno; Eleonora Danco, regista, attrice e drammaturga, dà corpo invece alla cattolica, progressista e pure integralista Angela che ha dedicato la vita agli ultimi.
Avrete capito: Luchetti, che è un bravo cineasta, lo preferisco nella sua dimensione realistica e drammatica, con qualche spruzzatina di commedia.

Michele Anselmi

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