L’AMARA FINE DI OSCAR WILDE, GENIO GAY MESSO ALLA GOGNA. RUPERT EVERETT REGISTA E ATTORE: UNA NOTEVOLE SORPRESA

L’angolo di Michele Anselmi 

Quanti Oscar Wilde abbiamo visto sul grande schermo? Ne ricordo almeno tre. Peter Finch in “Il garofano verde”, Robert Morley in “Ancora una domanda, Oscar Wilde”, Stephen Fry in “Wilde” (1997). Ma chissà quante altre volte ancora il grande drammaturgo, aforista e poeta irlandese è stato incarnato al cinema o in televisione: per la sua vita scandalosa, per la sua omosessualità manifesta, per il processo che dovette subire. Giovedì 12 aprile esce, con Vision Distribution, “The Happy Prince – L’ultimo ritratto di Oscar Wilde”, e bisogna riconoscere che Rupert Everett stavolta ha fatto le cose in grande: del film è sceneggiatore, regista, coproduttore e, s’intende, protagonista nei panni dell’arguto e carismatico dandy colto nell’ultima fase, la più amara e misera, della sua esistenza. Un’interpretazione densa e toccante, eccentrica ma non caricaturale.
Magari si poteva evitare quel sottotitolo esplicativo che evoca, non si capisce bene perché, “Il ritratto di Dorian Gray”, ma sono minuzie. Everett ha lavorato per quasi dieci anni al progetto, cercando e trovando anche in Italia i soldi per realizzarlo (contribuisce la Palomar di Carlo Degli Esposti). Il risultato alla fine si vede. L’attore-regista, omosessuale dichiarato, si immerge nella figura di Wilde senza addolcirne gli aspetti caratteriali e le pulsioni carnali, e restituisce il malinconico crepuscolo di un artista che fu tra i più ricchi e indolatrati nell’Inghilterra vittoriana prima di finire in carcere, ai lavori forzati, tra il 1895 e il 1897, con le accuse infamati di bancarotta e sodomia. Wilde sarebbe morto a soli 46 anni il 30 novembre del 1900, a Parigi, per complicazioni legate a un’otite forse causata dalla sifilide terziaria; fu sepolto nel piccolo cimitero di Bagneaux e solo nel 1909 i suoi resti furono traslati nel più prestigioso Père Lachaise.
“Sto morendo al di sopra delle mie possibilità” sospira Wilde-Everett in sottofinale, e sembrerebbe una delle sue proverbiali battute di spirito. Il film, ben girato e recitato, scrupoloso nella ricostruzione d’ambiente, pratica con una certa cura l’andirivieni temporale senza confondere troppo le carte. È un Wilde intabarrato, curvo e dalla pelle corrosa, gran bevitore di assenzio, lesto a chiedere l’elemosina, quello che vediamo nell’incipit. Non ha scritto una riga della commedia che ha già venduto a tre committenti, e la sua vita parigina, piuttosto bohémienne, si srotola tra locande fumose, stanze umide e rapidi congressi carnali, poeticamente detti “momenti purpurei”, con il più grandicello di due fratellini del popolo, ai quali racconta, appunto, la sua favola del “principe felice”, quasi fossero figli suoi. E intanto, mentre la salute precipita, facciamo la conoscenza con quel che resta del suo mondo: il fedele e generoso Robbie Ross, il vizioso e sensuale lord Alfred Douglas detto “Bosie”, il solido e disincantato Reggie Turner, la risentita e malata moglie Constance.
Segnato dal carcere duro, che gli ispirò la scorticata lettera-confessione detta “De Profundis”, ma soprattutto dal disprezzo feroce dei suoi stessi concittadini, Wilde si muove, sotto il falso nome di Sebastian Melmoth, tra Dieppe, Parigi e Napoli, provando a rivivere gli antichi fasti, ma sapendo in cuor suo che tutto sta per finire in un conato di vomito e sangue.
Everett regista va sul classico, costringendo il film nella misura aurea di 105 minuti. Naturalmente chiama attorno a sé una pattuglia di solidi interpreti britannici, da Colin Firth a Colin Morgan, da Edwin Thomas a Tom Wilkinson, col contorno femminile di Emily Watson e Béatrice Dalle, e fa del suo Wilde, così sfatto e rassegnato, una “vittima” capace ancora di reagire, di godersi la vita, di non farsi schiantare dagli eventi. Nella versione originale, girata in inglese e francese, con qualche battuta di italiano nella trasferta napoletana a Villa Del Giudice, Rupert Everett padroneggia entrambe le lingue. Nella versione doppiata da Francesco Prando la voce vera di Everett resta quella delle parti in francese.

Michele Anselmi

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