L’IDEALE COMUNISTA NON SE LA PASSA TROPPO BENE, MEGLIO LA RIVOLTA INDIVIDUALE. “LA CASA SUL MARE” DI GUÉDIGUIAN

L’angolo di Michele Anselmi

Si parla soprattutto della fatica di invecchiare in “La casa sul mare” di Robert Guédiguian. Regista di ispirazione comunista arrivato al successo di nicchia nel 1997 con “Marius et Jeannette”, il sessantaquattrenne Guéduguian non si allontana mai granché dalla natia Marsiglia e usa un po’ sempre gli stessi interpreti: Ariane Ascaride, Jean-Pierre Darroussin, Gérard Meylan, Jacques Boudet…
Il suo è un “cinema “in famiglia”, a basso costo, spesso di ambientazione operaia, malinconico e combattivo insieme, orgogliosamente ritagliato sulla vita anche spicciola, ma non banale, di personaggi-persone. Qui siamo a “la calanque de Méjean”, un ameno villaggio di pescatori non distante da Marsiglia, sovrastato da un gigantesco viadotto ferroviario.
Un ottantenne, colpito da paralisi, sta morendo nella sua bella casa con affaccio sul mare, “la villa” appunto del titolo originale. Per i tre figli sessantenni è arrivato il momento di rivedersi e discutere del dopo: la diva teatrale Angèle non s’è mai ripresa dalla morte in acqua della figlia; il professore marxista Joseph si presenta con una ricca fidanzata che ha metà dei suoi anni; il ristoratore Armand è l’unico rimasto a vivere nel borgo.
I film di Guédiguian non piacciono più ai cinefili, sono giudicati stanchi, ripetitivi, naïf. Eppure “La casa sul mare”, nonostante la chiacchiera un po’ esibita e le sottolineate citazioni brechtiane da “L’anima buona di Sezuan”, sfodera pregi molto superiori ai difetti. E alla fine conquista. L’irrompere in quella caletta di tre bambini profughi, salvi per miracolo dall’annegamento, porrà i tre fratelli di fronte a una scelta morale che non è più figlia di una politica collettiva, di una prospettiva “rivoluzionaria”, ma di una solidarietà individuale, di una personale ribellione alle leggi dello Stato, pure agli imperativi consumisti.
“Solivo e assorto”: rubo da una recensione della collega Marzia Gandolfi due aggettivi che mi paiono perfetti per descrivere l’atmosfera, anche emotiva, a suo modo senile, che avvolge questo rendiconto familiare in bilico tra svolte drammatiche (c’è anche un sereno addio alla vita simile a quanto succede in “Ella & John” di Paolo Virzì) e situazioni buffe, da chiacchiera intelligente, squisitamente francese, diciamo tra Renoir, Cantet e Rohmer.
Occhio alla scena nella quale i tre fratelli, in una sorta di gioioso flashback, appaiono molto più giovani: non è un miracolo del trucco o degli effetti speciali, ma un brano di un vecchio film dello stesso Guédiguian con gli stessi attori, intitolato “Ki lo sa?”, del 1985, attraverso il quale il racconto del tempo che passa viene piegato a un’amabile autocitazione.
Chissà se uscirà mai in Italia, mi domandavo dopo aver visto e apprezzato il film in concorso alla Mostra di Venezia 2017. Per fortuna sì, da domani, 12 aprile, è nelle sale con Parthénos. Un consiglio, se posso: non bisogna prendere alla lettera “La casa sul mare”, l’ideologia di Guédiguian si stempera nel rito familiare, nei paradossi dell’esistenza, nei giochi del destino. Ma forse giova ricordare che “Il giovane Karl Marx” di Raoul Peck, attualmente nelle sale con un discreto successo, è stato coprodotto da Robert Guédiguian.

Michele Anselmi

(Nella copertina una scena di “La casa sul mare” con i tre protagonisti. Nel corpo dell’articolo i tre attori in “Ki lo sa?” del 1985)

Lascia un commento