KARL MARX MANIA? UN FILM RIACCENDE A SORPRESA IL DIBATTITO. COPIE RADDOPPIATE, POTERE AL POPOLO E CAMUSSO ADOTTANO

L’angolo di Michele Anselmi

Non saprei dire se sia davvero “#KarlMarx mania!”, come scrivono i distributori della società Wanted sotto lo slogan “La Rivoluzione al cinema”. Ma certo il piccolo ma illuminante successo commerciale del film “Il giovane Karl Marx”, uscito in poco più di una trentina di copie il 5 aprile e già arrivato a circa 125 mila euro di incasso mentre le sale raddoppiano, non è solo frutto di un’abile operazione di marketing perlopiù congegnata sui social e poi allargatasi al mondo dell’università e della politica. Il film del regista haitiano Raoul Peck è serio, documentato, a tratti avvincente, per nulla televisivo, specie nella versione originale correttamente girata in tedesco, francese, inglese, a restituire una certa verità linguistica (quella italiana purtroppo appiattisce tutto).
Ma il movimento d’opinione che si sta creando attorno a “Il giovane Karl Marx” è un’altra cosa: ponderosi dibattiti storico-filosofici sul tema “Marx: oggi, ieri, domani”, Potere al Popolo che lo adotta calorosamente in vista di nuove battaglie sociali, professori universitari con barba alla Marx lesti a recensirlo in video caldeggiandone la visione agli studenti, il mitico Diego Fusaro che invita “a ripartire da Marx e, dunque, affrancarsi dalla presa mortifera delle sinistre che l’hanno tradito nella lettera e nello spirito”, la segretaria della Cgil Susanna Camusso disposta a presentarlo in sala, al romano cinema Farnese, insieme a Vincenzo Vita, presidente dell’Archivio audiovisivo del movimento operaio…
D’accordo: risuona un doppio anniversario fortemente simbolico, cioè i 200 anni dalla nascita del filosofo materialista di Treviri e i 170 dalla pubblicazione del “Manifesto del Partito comunista”, e certo il film di Peck, coprodotto non a caso dal regista comunista/marsigliese Robert Guédiguian, cade a fagiolo, offrendo lo spunto per una “riabilitazione” tutta politica, magari a tratti pure un po’ nostalgica ma in buona misura applicata alla situazione attuale, della dottrina marxista.
Il tutto è abbastanza curioso, anche divertente, comunque istruttivo. La lotta di classe è stata ampiamente espulsa dal lessico delle forze politiche in campo oggi in Italia (a parte Potere al Popolo e qualche lacerto comunista-stalinista), lo sfruttamento capitalistico è un concetto che non solo all’ex segretario del Pd Matteo Renzi farebbe venire la pelle d’oca, se c’è uno spettro che si aggira per l’Europa non è certamente quello del comunismo; eppure “Il giovane Karl Marx”, nel suo piccolo, sta fungendo da curioso catalizzatore culturale, da miccia inattesa, con effetti per nulla barbosi nonostante il noto barbone dell’eroe eponimo.
Poi, certo, non bisogna dimenticare che quello di Raoul Peck è comunque un film, non un trattatello di storia e filosofia per addetti ai lavori. Tra gli esperti marxiani e marxisti c’è già chi storcerà il naso, cogliendo qua e là incongruenze o imprecisioni sul fronte della dialettica; e tuttavia io stesso, che un po’ avevo sfotticchiato senza aver visto, mi sono dovuto ricredere dopo aver visto.
Il giovane Karl Marx del titolo è quello tra il 1843 e il 1848, lustro cruciale per il titanico filosofo materialista, già molto critico nei confronti dell’hegelismo. Se l’incipit descrive la feroce violenza padronale di quei tempi verso poveri contadini “colpevoli” solo di aver raccolto rami secchi per riscaldarsi, il film sceglie la strada di un racconto biografico tra romantico, teorico, bohémien e avventuroso. Perseguitato in patria per alcuni suoi articoli pubblicati sulla “Gazzetta renana”, il venticinquenne Marx approda a Parigi insieme alla moglie Jenny, un’aristocratica che ha mollato agi e posizione sociale per seguire quel brillante figlio di un ebreo convertito al protestantesimo luterano. Tra editori che non pagano e figlie che nascono, Marx deve fare i conti con un’esistenza grama, e nel frattempo ingaggia un sofisticato duello teorico/ideologico con Proudhon, Weitling e Bakunin. Nel fermento delle idee, decisivo è l’incontro con Friedrich Engels, figlio di un grande industriale di Manchester, il quale ha mollato l’azienda di famiglia, s’è legato a una fiera operaia irlandese licenziata dal padre e ha scritto una sorta di reportage sulle condizioni di vita del proletariato inglese.
Colti nella loro giovinezza un po’ scapestrata e ribelle, i due sono diversi e simili allo stesso tempo, l’uno completa l’altro: Engels spinge Marx a studiare l’economia per irrobustire l’approccio filosofico ai temi dello sfruttamento capitalistico, Marx convince Engels a scalare La Lega dei Giusti per trasformarla in un movimento rivoluzionario di conio comunista.
Erano davvero così Marx ed Engels? Vai a saperlo. Una fotografia dell’epoca, piazzata in sottofinale, li ritrae insieme a mogli e figli, alquanto barbuti e apparentemente felici. Poi parte a sorpresa “Like a Rolling Stone” di Bob Dylan con sotto una carrellata di immagini e filmati che ricordano allo spettatore, nell’avvicinarsi progressivo all’oggi, quanto fu profetico il pensiero di quel “Manifesto”.
August Diehl e Stefan Konarske incarnano Marx ed Engels facendone dei personaggi indocili e coerenti, sensibili al sesso e al buon vino, Olivier Gourmet è un Proudhon destinato a soccombere nel confronto teorico; quanto al versante femminile Vicky Krieps, smessi i panni della musa del sarto del “Filo nascosto”, fa Jenny e Hannah Steele la rossa irlandese Mary Burns. Il film è girato con notevole cura, la ricostruzione d’ambiente appare accurata, qualche lungaggine si patisce nelle scene imperniate sul dibattito filosofico, non saprei dire sul piano scientifico se tutto torna. Ma in effetti, Marx è tornato. Chissà quanto resterà.

Michele Anselmi

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