“DOPPIO AMORE” DI OZON, PSICO-THRILLER MOLTO FESSURATO. CON I GEMELLI NON SI PUÒ MAI STARE TRANQUILLI AL CINEMA

L’angolo di Michele Anselmi 

Verrebbe da definirlo un film “fessurato”, nel senso della fessura come metafora costante. Si parte con una vulva depilata in primo piano che prende la forma di un occhio e si capisce subito, o quasi, dove si andrà a parare. Il francese François Ozon è un regista eclettico, sempre sorprendente, che si diverte a “non“ fare sempre lo stesso film. Dopo il notevole “Frantz”, girato in bianco e nero, ambientato subito dopo la Prima guerra mondiale, eccolo con “Doppio amore” fare un po’ il verso al Brian De Palma di “Le due sorelle”, anche se naturalmente lui è il primo a tirare in ballo “Inseparabili” di David Cronenberg, essendo una storia – così parrebbe – di gemelli uguali e diversi dentro un clima da thriller psicologico/psicoanalitico che bordeggia il mostruoso, pure il visionario, per meglio confondere le acque. Del resto tutto è doppio in questo film, che esce il 19 aprile con Academytwo, a partire dalla grafica dei titoli di testa.
Ispirato liberamente a un racconto della scrittrice americana Joyce Carol Oates, oggi ottantenne, “Doppio amore” maneggia un materiale cinematografico per eccellenza: un’ossessione della mente che pare misurarsi con elementi concreti, vividi, reali, dentro una messa in scena elegante che procede per geometrie, riflessi e simmetrie. Funziona? In buona misura sì, almeno nella prima parte più rarefatta e allusiva, poi la suspense si fa di grana grossa e cominciano i guai veri per la protagonista. Avete mai sentito parlare di gemelli “cannibali” e gemelli “parassiti”?
La storia in breve, per non rovinare la sorpresa. Chloé è una giovane donna, bella e slanciata, con un passato da fotomodella. Da sempre soffre di molesti mal di pancia, ma alla ginecologa non risulta nulla di organico. La faccenda è psicosomatica, sicché la ragazza finisce in cura da uno psicoanalista, tal Paul Meyer, che non tarda a innamorarsi di lei, in buona misura ricambiato. La terapia si trasforma in convivenza, ma qualcosa non va, neanche il lavoro in un museo sembra riportare il sorriso sul volto di Chloé. Anche perché lei intravvede per strada un sosia di Paul, che scoprirà essere psicoanalista pure lui, col nome di Louis Delord, solo che i metodi sono diversi: tanto è dolce e accogliente il primo, tanto è rude e sensuale il secondo. Non bastasse, Chloé nel frattempo si è scoperta incinta.
“Mentire per sedurre è una pratica comune delle belle donne, specie quando sono frigide” sentiamo dire da uno dei due strizzacervelli, e avrete capito che, su quel versante, “Doppio amore” è da prendere poco sul serio. Ozon pare poco interessato alle reali dinamiche paziente/analista, anche se la prima seduta è girata con cura, con piglio realistico. Poi, come si diceva, il film prende una strada più estrema e spudorata, anche sessualmente osé, con scambi di ruoli, sex-toys e nudità esibite, mentre la testa di Chloé comincia a vacillare e il suo irrisolto rapporto con la madre che fu bellissima complica le cose.
Tra gatti imbalsamati, strumenti chirurgici e visioni atroci, il film si diverte a giocare coi temi dell’immaginazione (più o meno paranoica), secondo uno schema classico da cinema psico-horror, con doppia sorpresa finale. Ozon ha fatto di meglio, penso a “Potiche”, “Nella casa” o “8 donne e un mistero”, però ha visto giusto nel richiamare sul set Marine Vacth, che offre di Chloé un ritratto ambiguo e dolente, e Jérémie Renier, che si diverte a incarnare i due gemelli complementari, diciamo il buono e il cattivo. Anche Jacqueline Bisset appare in un doppio ruolo, a ricordarci che spira un discreto complesso di Elettra su tutta la storia.
Naturalmente la soave e ritornante canzone di Elvis Presley “As Long As I Have You” (1958) va presa come un contrappunto dai risvolti alquanto ironici. Ma è sempre piacevole da ascoltare.

Michele Anselmi

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