“I FANTASMI DI ISMAEL”, SOLO PER CHI AMA I FILM CERVELLOTICI (PER FORTUNA RISUONA “IT AIN’T ME BABE” DI BOB DYLAN)

L’angolo di Michele Anselmi 

I francesi sono bravi a far film, per fantasia, stile, varietà, audacia. Saranno un po’ pomposi, ogni tanto, ma chi se ne frega. Poi però vedi, l’uno dietro l’altro, “L’amore secondo Isabelle”, “Doppio amore” e “I fantasmi di Ismael” e ti viene da dire che i cineasti transalpini sono pure parecchio cervellotici. Dei primi due s’è già scritto, il terzo, pensato e diretto dal 57enne Arnaud Deplechin, aprì l’anno scorso il festival di Cannes ed esce il mercoledì 25 aprile targato Europictures.
Deplechin non è regista prolifico, ha firmato solo 11 film dal 1991 a oggi, ma gode, pure giustamente, di un denso culto cinefilo. L’Ismael in questione non ha nulla a che fare con il giovane baleniere imbarcato sul Pequod, anche se il nome biblico evoca sempre percorsi randagi e irrisolti. Come nel caso di Ismaël Vuillard, il protagonista di questa storia. Regista febbrile alle prese con una vicenda di spie costruita attorno al misterioso agente/diplomatico Ivan Dédalus, l’artista sembra aver trovato un po’ di pace nell’incontro con una tenera, pudica e premurosa astrofisica, Sylvie, che lo strappa ai suoi incubi tormentati. Uno in particolare: il ricordo della moglie Carlotta che sparì nel nulla oltre quattro lustri prima, senza lasciare traccia di sé. Di lei è rimasto un quadro giovanile e soprattutto il padre, Henri Bloom, un cineasta ormai anziano e svanito di cui Ismaël si prende cura, come fosse il suo.
Ma i fantasmi, si sa, possono essere molto concreti, reali: così, dopo 21 anni, 8 mesi e 6 giorni, ecco che Carlotta si rifà viva nella casa al mare dove i due stanno passando un periodo di quiete. Lei è tornata dall’India, dove pure si sposò, per riprendersi il marito nell’illusione di essere ancora amata, a Sylvie non resta che scappare in cima a una montagna innevata a osservare le stelle per lenire il dolore.
Naturalmente il film è stratificato, spiazzante, pieno di personaggi che entrano e scompaiono, alcuni dei quali appartengono alla spy-story che Ismaël sta faticosamente girando nella disperazione del produttore, pigiandovi dentro riferimenti autobiografici, come un fratello inafferrabile e ramingo diventato appunto l’enigmatico Dédalus braccato come traditore dal Quai d’Orsay.
Dopo un po’, avrete intuito, non si capisce più nulla, si mischiano i piani e le epoche, e magari sta qui, per gli estimatori, il fascino segreto di un film ellittico e astruso, dove tutto viene mischiato, spezzettato e ricomposto, popolato di suggestioni pittoriche, da Pollock a Picasso, con contorno di riferimenti letterari, psicoanalitici e musicali. “It Ain’t Me Babe” di Bob Dylan fa capolino nel bel mezzo dei 114 minuti tra una strizzata d’occhio a Hitchcock e una a Truffaut, mentre, nel gioco dei rimpianti e dei rimorsi, echeggiano frasi del tipo: “Io volevo farti impazzire, non renderti ragionevole”.
Mathieu Amalric, Charlotte Gainsbourg e Marion Cotillard sono rispettivamente Ismaël, Sylvie e Carlotta, presi in quel turbine di passioni e ritorsioni. Al versante film nel film appartengono Louis Garrel e la nostra Alba Rohrwacher. Tutti e cinque hanno fatto di meglio nella loro carriera.

Michele Anselmi

Lascia un commento