“L’ISOLA DEI CANI” DI WES ANDERSON: NON SONO SOLO PUPAZZI. UNA DELIZIA PER GLI OCCHI, UN GRAN RACCONTO SULL’INGIUSTIZIA

L’angolo di Michele Anselmi 

La verità? A costo di essere fucilato sul posto per lesa maestà e vilipendio del “Master”, confesso di preferire il cinofilo Wes Anderson al cinefilo Paul Thomas Anderson. Portano entrambi lo stesso cognome, sono americani, l’uno del 1969, l’altro del 1970, abbastanza eccentrici e poco prolifici, nel senso che ogni loro film è assai meditato, originale, capace di fare centro. Ciò detto, non perdete per nessuna ragione al mondo “L’isola dei cani”, il nuovo film firmato dal regista de “I Tenenbaum”: esce il 1° maggio con la 20th Century Fox e vi assicuro che non si guarda mai l’orologio nel corso dei 101 minuti (con “Il filo nascosto” a me è successo, invece).
È una favola strabiliante in stile giapponese, realizzata con pupazzi in stop motion e disegni animati. Più intenso di “Fantastic Mr. Fox”, che già mi parve bellissimo nel suo umanizzare una piccola comunità di volpi, “L’isola dei cani” custodisce un cuore di tenebra pur mostrandosi romantico e divertente, oltre che avventuroso e spiazzante. Vedendolo, risulta difficile non pensare alla strage per avvelenamento di cani randagi, più di una quarantina purtroppo, avvenuto qualche mese fa a Sciacca, giù in Sicilia.

Ma andiamo per ordine. Giappone 2037. Il potente e corrotto Kobayashi, sindaco dell’inventata città di Megasaki, decide di deportare in una vicina isola-discarica tutti i cani del comprensorio, accusati ingiustamente di diffondere “l’influenza canina”. Tra questi c’è il dolce, ma all’occorrenza fiero, Spots, che sembra essere sparito nel nulla. Il buffo dodicenne Atari, figlio del sindaco, non si rassegna alla perdita. Così, a cavallo del suo Junior-Turbo Prop, vola attraverso il braccio di mare alla ricerca di quello che fu il suo cane da guardia. Ma da solo non può farcela: ci vorrà l’aiuto di cinque nuovi amici a quattro zampe per guidare la rivolta contro quell’ingiustizia e rovesciare il dittatore di Megasaki.

“Siamo un branco di spaventosi e indistruttibili cani Alfa” abbaia il più Alfa del quintetto, cioè Capo, un cagnaccio nero e indocile, che non si fa addomesticare da niente e nessuno. Restio sulle prime a ogni atto di generosità nei confronti del ragazzino piovuto dal cielo, Capo non è quello che sembra, in ogni senso; però sa combattere, soprattutto guidare al cimento armato gli altri quattro, non per niente chiamati Rex, King, Duke e Boss.
Vincitore dell’Orso d’argento per la migliore regia alla Berlinale 2018, L’isola dei cani” è, come avrete capito, un cine-romanzo di formazione che intreccia temi molto seri: il pregiudizio, l’immigrazione, la xenofobia, la manipolazione della paura, la scelta del coraggio, la dignità dei cosiddetti indesiderabili, la ricerca e la scoperta dell’identità (non solo canina). Il Giappone, moderno e antico allo stesso tempo, è un pretesto curioso, anche suggestivo per la densità dei riferimenti colti, delle invenzioni visive e delle strizzatine d’occhio, dentro il quale inserire le gesta di questi cani antropomorfi che ovviamente alludono a una più generale condizione esistenziale.
Wes Anderson non è un cineasta-dandy che rifiuta la propria natura texana, come qualcuno ha detto o scritto. Il suo cinema elegante, buffo e bizzarro, solo a tratti inconsistente, in realtà non perde mai di vista la sostanza dei sentimenti in gioco, anche la natura ineffabile della ferocia umana, destreggiandosi tra allusioni all’America di Trump e considerazioni universali.
Nella versione originale, comunque raccomandabile se la trovate, le voci umane e canine sono affidate a un nutrito plotone di attori famosi: da Edward Norton a Bill Murray, da Jeff Goldblum a Bob Balaban, da Frances MacDormand a Scarlett Johansson, da Liev Schreiber a Harvey Keitel. Ma il doppiaggio italiano è accurato, e di sicuro Stefano De Sando non fa rimpiangere più di tanto il Bryan Cranston che fa parlare il ribelle Capo.

Michele Anselmi

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