Il destino nel nome. Il racconto di un singolare incontro con Joaquin Phoenix

Nel primo capitolo della sua storia narrata in prima persona, il ratto Firmino si interrogava sulla modalità attraverso cui costruire un incipit memorabile per il proprio racconto, ondeggiando tra Nabokov, Tolstoj e Ford Madox Ford. Gli stessi interrogativi pervadono anche la mia mente e si adattano all’economia di un articolo per un sito-web. Come costruire un pezzo su quanto accaduto negli ultimi due giorni della mia vita senza, da un lato, correre il rischio di immiserire eventi che ai miei occhi sono sembrati sconfinati e, sul versante opposto, senza neanche ingigantire oltremodo situazioni che, sottoposte allo sguardo altrui, rientrerebbero in un contesto di ordinaria amministrazione?

A questo punto, è inevitabile iniziare da Signs e dai cerchi nel destino di uno spettatore appassionato. Se fossi costretto a salvare soltanto due sequenze nella carriera di Joaquin Phoenix, molto probabilmente sceglierei di estrapolarle dal film di M. Night Shyamalan e da Two Lovers di James Gray. Entrambe hanno nel destino il loro termine comune. «Gli uomini si dividono in due gruppi: quando gli capita un colpo di fortuna, i primi ci vedono più che mera fortuna, che mera coincidenza. Lo vedono come un segno (…). Per i secondi è solo un caso, un concorso di circostanza. (…) Ecco, quello che devi chiederti è che tipo di persona sei. Sei di quelli che vedono segni o miracoli o pensi che sia solo il caso a governare il mondo?». D’altra parte, nel finale di Two Lovers, Phoenix è vittima di un abbraccio che lo condanna ad un destino inevitabile, ai fantasmi del passato e alle lacrime per ciò che sarebbe potuto accadere, ma che non accadrà mai: «Mi sono aggrappato al nulla, ho amato il nulla, nulla vidi o sentii se non un grande sogno».

Un grande sogno. Giovedì 26 aprile, io e due mie colleghe (Mara Siviero di MyRedCarpet e Laura Silvestri di Persi in sala) abbiamo incontrato Joaquin Phoenix e Rooney Mara in Via del Corso. Phoenix è giunto a Roma in occasione del tour di presentazione alla stampa di A Beautiful Day – You Were Never Really Here (con cui ha vinto il Prix d’interprétation masculine all’ultima edizione del Festival di Cannes). Ogni mia aspettativa pessimista sul carattere burbero dell’attore si è infranta non appena Phoenix, dopo avergli chiesto di fare una foto insieme, ci ha proposto di andare insieme in una traversa della via principale per evitare di dare nell’occhio e per chiacchierare un po’.

Con felpona in tinta unita e auricolari alle orecchie, jeans ed immancabili Converse ai piedi, Joaquin Phoenix ha pienamente rispettato il mio pronostico sulla prosaicità del suo abbigliamento. «What’s your names? Do you write reviews for some websites?». La chiacchierata prosegue per un’illogica decina di minuti in cui il tempo si dilata all’infinito fino a sfumare e perdere i propri contorni. Non tarda ad arrivare la battuta di Mara sul suo nome e sul cognome di Rooney, coinvolta da Joaquin nel nostro dialogo. Immancabili le foto finali («Now you’re rocking, yeah?») e l’abbraccio affettuoso, consapevoli di aver vissuto un evento ai confini della realtà. Una delle star più scontrose e “problematiche” di Hollywood si sofferma a parlare del suo film e di altre amenità con tre persone incontrate per strada. Poche ore dopo, avrei seguito l’anteprima stampa del film. Fine primo tempo.

Inizio secondo tempo. Venerdì 27 aprile. Ore 12:15. Conferenza stampa del film all’Hotel de Russie, alla presenza di Joaquin Phoenix e della regista Lynne Ramsay. Il sogno non tanto velato è che Joaquin si ricordi del pomeriggio precedente e, magari, che ci possa essere un cenno di intesa. La sala è colma e non possiamo far altro che ascoltare la suadente voce dell’attore con una nuova consapevolezza derivante dalla nostra chiacchierata insieme: ogni icona è, prima di ogni cosa, un essere umano. Intorno alle 14, la mia collega Mara riceve una telefonata da un numero sconosciuto: l’ufficio stampa del film, in preda ad un’inevitabile sorpresa, ci avverte del fatto che Joaquin Phoenix ha espressamente chiesto di trovarci per poter concludere la chiacchierata della sera precedente e “regalarci” un’intervista privata e fuori programma.

L’importanza di chiamarsi Mara. Destino o colpo di fortuna? Sta di fatto che l’appuntamento è fissato per le 17 circa presso l’hotel che ha accolto l’attore, con somma curiosità di chi si è occupato di trovare i tre fortunati vincitori del biglietto d’oro di Willy Wonka.

«Hey, how are you?! I don’t know how they found you. It’s a miracle! It’s a great pleasure to see you again!». 20 minuti di chiacchierata informale con Joaquin Phoenix impiegati a parlare di James Gray e Darius Khondji, fantasmi e miti d’infanzia, eroi personali e passione per la musica, ruoli del cuore e banale quotidianità in cui si rifugia quando è lontano dal cinema. Inevitabile da parte mia soffermarmi su M. Night Shyamalan e su quanto accaduto pochi anni fa con il regista di origine indiana. In un certo senso, è il compimento perfetto di quel crop-circle iniziato a dicembre 2016.

Cosa non dimenticherò mai di questo incontro? Sicuramente le modalità paradossali e completamente illogiche che mi hanno portato a chiacchierare consecutivamente per due giorni con Joaquin Phoenix; il fatto che sia stato lui a ricordarsi di noi e ad insistere, nonostante gli impegni con la stampa “istituzionale”, nel volerci vedere; i saluti con abbracci e pacche sulle spalle come vecchi amici e, infine, la profondità dei suoi occhi, i due gorghi azzurri e magnetici, pozzi profondi di malinconia e di mille vite vissute.

Matteo Marescalco

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