SE “LORO 1” TENDEVA AL NERO, “LORO 2” PUNTA TUTTO SUL ROSSO. IL MATCH TRA SILVIO E VERONICA RISCATTA LA SECONDA PARTE

L’angolo di Michele Anselmi 

In fondo Paolo Sorrentino ha ragione. Evocando un celebre motto di Raymond Radiguet, dice in sostanza che lo stile di un artista, anche la sua originalità, consiste nella maniera in cui copia i capolavori portandovi i propri difetti. In realtà nessuno, certamente non io, gli aveva rimproverato di aver imitato Scorsese, Kubrick, Fellini o Korine, si parlava di assonanze e coloriture; ma incontrando finalmente la stampa, tra un “Loro” e l’altro, il regista partenopeo ha voluto ricordare agli astanti plaudenti di non saper far altro che un film “alla Sorrentino”, perché “è difficile uscire da se stessi”, come accade anche ai personaggi del suo dittico.
Se “Loro 1” tendeva, anche nella locandina, al nero pece, “Loro 2”, nelle sale dal 10 maggio, punta risolutamente sul rosso: il cromatismo acceso è voluto, a partire da una scena in cui tutte le ragazze di Papi sfoderano, a una festa molto esclusiva, abitini vermigli e rossetti in tinta, in attesa di ricevere il famoso ciondolo con la farfallina d’oro. Ma non ci sarà molto da divertirsi.
La seconda parte a me pare decisamente migliore della prima: scritta con più cura, meno ripetitiva e loffia, di sicuro più fantasiosa, pure allusiva e risolta, forse perché recitata con maggiore cura. Ricorderete che in “Loro 1” il Cav appariva dopo 70 minuti di film conciato da odalisca; qui Toni Servillo si sdoppia addirittura nell’incipit: a un tavolo, in quel paradiso sardo dove il leader di centrodestra medita di “comprare” sei senatori di centrosinistra per far cadere il secondo governo Prodi, l’attore napoletano gioca a ping pong incarnando, con minime differenze fisiche, l’ottimista Ennio Doris e il demotivato Silvio Berlusconi.
Il dialogo è spiritoso e spumeggiante, e da lì scaturirà il Gran Ritorno di Berlusconi come venditore di case e “sogni”. Un abile persuasore: perché “l’altruismo è il miglior modo di essere egoisti”, ovvero di accumulare soldi e potere in vista di un ritorno a Palazzo Chigi.
“Il tono della tenerezza” sbandierato da Sorrentino risulta un po’ più chiaro in questo secondo capitolo, nel quale il variopinto esercito di ragazze e “olgettine” messo insieme per titillare le senili voglie del riccone meneghino lascia spazio alla più serrata resa dei conti, non solo matrimoniale, tra Silvio e Veronica.
L’ambizione è di indagare sui (e nei) sentimenti, e certo il mattatore Servillo, cristallizzato in quel mascherone di capelli bitumati, cerone arancione e denti candidi, trova in Elena Sofia Ricci un’interprete profonda e duttile, capace di ispessire il personaggio della moglie ferita pronta a un redditizio divorzio.
Non che il regista prenda partito tra i due coniugi, come imprigionati in una variazione asprigna di “Casa Vianello”; però ha facile gioco nel mettere in bocca a Veronica, perché il pubblico di sinistra apprezzi, le ragioni di un disamore in bilico tra contestazioni politiche, accuse morali, affondi umorali. Per la serie: “Volevi essere uno statista, sei solo un piazzista”. Ciò detto, a “Loro 2” non interessa né difendere né accusare Berlusconi, mi pare chiaro; a suo modo “è un film in costume”, come ripete lo sceneggiatore Umberto Contarello, che parte dal corpo di Lui, insieme sfatto e desiderato, per ritrarre una certa Italia berlusconiana tra il 2006 e il 2010, o forse solo alcuni italiani e alcune italiane “mesmerizzati” da quel vitalismo esagerato, estroverso, gigione.
Laddove in “Loro 1” trionfava un grottesco torvo e depravato, anche stilisticamente sfocato nelle furbesche “trovatine” strappa-applauso, in “Loro 2” si impone, a parte qualche balletto di troppo sulle note di “Per fortuna che Silvio c’è”, un tono più senile e malinconico, vagamente ieratico, insomma il racconto di una patetica sconfitta generale annunciata dal devastante sisma aquilano del 6 aprile 2009. Sorrentino chiede ai critici di non svelare la sequenza finale, ambientata proprio tra le macerie dell’Aquila: in effetti, dopo circa 200 minuti tra prima e seconda parte, la cosa più bella, toccante, profonda del film.

Michele Anselmi

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