“RIMETTI A NOI I NOSTRI DEBITI”: NETFLIX MEGLIO DELLA SALA? IL RECUPERO CREDITI COME ROBA DEL DIAVOLO, PROBABILMENTE

L’angolo di Michele Anselmi

Continuo a pensare che il regista Antonio Morabito abbia ragione: non tutti i film sono fatti per il grande schermo, spesso l’uscita tardiva o sfortunata si porta dietro una desolante umiliazione per attori e autori, il pubblico non è curioso verso la maggior parte dei film italiani. Quindi? È stata una mossa accorta, forse pure scaltra, affidarsi a Netflix, invece che alla sala normale, per mostrare “Rimetti a noi i nostri debiti”, anche se il film fu inizialmente pensato e poi girato con l’idea di farlo uscire regolarmente al cinema.
Dal 4 maggio “Rimetti a noi i nostri debiti” è nel menù Netflix, visibile in 190 Paesi e sottotitolato in 22 lingue. Se a Cannes l’irritabile direttore Thierry Frémaux ha dichiarato guerra sul tema escludendo i film targati Netflix dal concorso, non di questo avviso sembra, ragionevolmente, Alberto Barbera, che pilota la Mostra di Venezia con uno sguardo più duttile verso le nuove “piattaforme” del cinema.
Non risulta che “Rimetti a noi i nostri debiti” sia mai stato in predicato per qualche festival, e tuttavia incuriosisce che il film, prodotto da La Luna insieme a Lotus Production e Rai Cinema, sia diventato, con qualche forzatura pubblicitaria, il primo lungometraggio “originale” Netflix.
Già protagonista del precedente film di Morabito, “Il venditore di medicine”, Claudio Santamaria torna in scena accanto a Marco Giallini in questa storia agra e altamente allegorica, almeno nelle intenzioni, attorno al mondo del “recupero crediti”. Nello scrivere il copione, il regista s’è ispirato a un’azienda spagnola del ramo, i cui addetti recuperano i crediti presentandosi elegantemente vestiti in frac ai poveracci in ritardo coi pagamenti.
Il frac diventa una specie di pomposa toga da avvocato, con sul dorso la scritta “Recupero crediti”, del film di Morabito. La indossa Franco, cioè Marco Giallini, un campione in quell’attività para-legale, anzi piuttosto illegale. Barbetta curata, ciglia arcuate, abiti di sartoria, Franco abita in uno splendido appartamento accanto al Verano, con la moglie straniera e due figli; infatti ogni mattina all’alba corre tra i viali dello storico cimitero romano, quasi sentendosi a casa. L’uomo è implacabile nel lavoro, che consiste appunto nel blandire e minacciare, in un crescendo di pressione anche psicologica, coloro che hanno contratto debiti con le banche, per i più diversi motivi (auto, case, cure mediche, mutui), salvo poi saltare le rate.
Poi c’è Guido, cioè Santamaria, un povero cristo solo e intristito dalla vita. Reduce dall’ennesimo licenziamento come magazziniere, lo squattrinato quarantenne si ritrova senza luce in casa, e di lì a poco lo picchiano pure a causa dei debiti insoluti. Ma per lui si affaccia una soluzione: se lavorerà per l’azienda di recupero crediti il suo debito con la banca sarà cancellato. Eccolo quindi in coppia con Franco, che l’istruisce a dovere sulle “tecniche di persuasione”, in un sodalizio sempre più ambiguo, insinuante, sospetto. Mentre qualcuno, esasperato dai tormenti inflitti dai due “recuperanti”, comincia a buttarsi dalla finestra…
È un’umanità perlopiù smarrita, spesso impaurita e ricattabile, quella che “Rimetti a noi i nostri debiti” mostra dentro una chiave altamente simbolica, a partire dalla messa in scena non realistica, tra cromatismi accentuati sul verde e il rosso, ambienti vagamente irreali, inquadrature sghembe o molto elaborate. Avrete capito che Franco è una specie di demonio, un Satanasso travestito che maneggia un esercito di “anime morte” o pronte a vendersi a lui (il riferimento sembra a Gogol) nascondendosi dietro le parole del “Padre nostro” che recita in chiesa nella sequenza finale, quasi bestemmiandolo.
“Mi sembrava uno spunto interessante per parlare a tutto tondo di credito e debito non solo finanziario, ma anche morale verso se stessi e la vita” sostiene Morabito, secondo il quale il suo sarebbe “un film molto politico”. A me sembra un film un po’ vorrei ma non posso, assai artificioso nella messa in scena, affollato di attori bravi in partecipazione speciale, da Jerzy Stuhr a Maddalena Crippa, contrappuntato da canzoni in tedesco forse a ribadire che c’è un Faust di mezzo.

Michele Anselmi

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