“PARIGI A PIEDI NUDI”, UNA FAVOLA DA FILM MUTO PENSANDO A TATI. MA LA COSA MIGLIORE È UNA CANZONCINA: “SWIMMING SONG”

L’angolo di Michele Anselmi 

La “commedia burlesque” è un genere rischioso: basta poco perché il tono buffo scivoli nella gag fine a se stessa, perché la leggerezza poetica si traduca in gioiosa inconsistenza. “Parigi a piedi nudi”, firmato Abel & Gordon, cioè Dominique Abel e Fiona Gordon, lui belga e lei canadese, appartiene alla famiglia. Del resto sono i due, che fanno coppia fissa dagli anni Novanta, a definire il loro film, nelle sale da giovedì 17 maggio con Academy Two, “una commedia piena di trovate comiche coreografate, eredità del cinema muto e di Jacques Tati, riproposte in una veste contemporanea”. Certo Tati, ma anche, variamente evocati sul filo della nostalgia cinefila, Buster Keaton e Charlie Chaplin, con una punta, forse, dei più recenti Jean-Pierre Jeunet e Wes Anderson.
La storia, s’intende fatta di equivoci, coincidenze e burle, si gioca tutta nel giro di due giorni. Da un villaggio canadese immerso nella neve, dove la bufera infuria giorno e notte, la bibliotecaria zitella Fiona si ritrova proiettata nell’assolata Parigi per un’emergenza familiare: la novantenne zia Martha ha bisogna di lei, ma quando la straniera spilungona arriva in città, con un enorme zaino sul quale è issata una bandierina con la foglia d’acero, la signora sembra scomparsa. Che fine ha fatto l’arzilla vecchietta? Intanto Fiona, caduta nella Senna mentre si faceva fotografare con la Torre Eiffel sullo sfondo, si ritrova senza abiti, soldi, documenti, insomma ancora più persa nella Ville Lumière. Ma il caso vuole che le sue cose siano state “pescate” da Dom, un clochard galante e vanitoso, felice di vivere in una tenda a un passo dalla Senna, il quale di lì a poco si ritroverà proprio al cospetto dell’affranta Fiona, per di più indossando uno dei suoi maglioni gialli…
“Parigi a piedi nudi” intreccia tre solitudini in un clima un po’ surreale, perlopiù fatto di trovate mute e situazioni stralunate, dove anche le martellanti note di basso che escono da un altoparlante dentro un ristorante si trasformano in movenze fisiche capaci di scuotere i corpi e le facce dei clienti. Mentre la svanita Martha, peregrinando per Parigi, rincontra il ballerino Norman col quale fece copia fissa in gioventù, Fiona e Dom finiscono con l’amoreggiare sotto la tenda del felice, pure parecchio egocentrico, senzatetto. Scommettiamo che il destino prepara qualche ulteriore sorpresa?
Abituati a incarnare un po’ se stessi, a partire dai nomi dei personaggi che interpretano, i due registi-attori portano nel film un humour volatile e spensierato, da “pensiero positivo”, che nelle intenzioni si propone come un antidoto a un certo spirito dei tempi: pessimista, cupo, cinico, buio. Emmanuelle Riva, nella sua ultima interpretazione, e Pierre Richard si intonano al clima generale incarnando Martha e Norman, quasi a suggerire un passaggio delle consegne.
Il tutto dura 84 minuti, più sarebbe troppo. Ma chissà che “Parigi a piedi nudi” non trovi qui da noi un suo pubblico di nicchia. Certo bisogna molto credere al tono della favola lieve per divertirsi. Tra echi musicali di Satie, Barbieri e Sciostakovich spunta a sorpresa, a mo’ di tormentone, un’amabile canzoncina di sapore folk-traditional che si chiama “Swimming Song”. C’entra un po’ con la faccenda e molto col Canada, essendo la versione registrata negli anni Settanta da un duo femminile assai popolare nel Québec tra il 1975 e il 2010: Kate & Anna McGarrigle. Vale la pena di approfondire.

Michele Anselmi

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