IL MIGLIOR FILM DI EMANUELE CRIALESE? FORSE L’OTTAVA PUNTATA DI “TRUST – IL CASO GETTY”, IN ONDA IERI SERA SU SKY ATLANTIC

L’angolo di Michele Anselmi 

Che fine ha fatto Emanuele Crialese? Il regista romano (classe 1965) non gira un film dal 2011, l’anno del suo quarto lungometraggio, “Terraferma”. S’è preso una lunga pausa creativa, ma nel frattempo ha girato l’ottavo episodio della serie “Trust – Il caso Getty”, andato in onda ieri sera, mercoledì 16 maggio, su Sky Atlantic (occhio alle repliche). Il “New York Times” l’ha definito “il miglior episodio visto finora”, non so se sia vero, ne mancano ancora due alla fine, ma certo il cineasta di “Respiro” ha impresso uno stile personale, che a tratti molto risalta per tensione e atmosfere, alla puntata in questione. Intitolata “In the name of the father”, cioè “Nel nome del padre”.
L’episodio si concentra su un momento cruciale della vicenda, il taglio dell’orecchio che poi fu spedito ai familiari di Getty per sollecitare il pagamento del tormentato riscatto di 5 milioni di dollari. A occhio non andò proprio come si vede, ma “Trust” non si propone come un fedele racconto del rapimento, a partire dalla scritta sui titoli di testa.
Se Danny Boyle ha svolto il ruolo del direttore d’orchestra, ogni puntata è stata poi diretta da un regista diverso, e bisogna riconoscere che Crialese dà il meglio di sé nell’impaginare – siamo nel 1973 – la festa rurale tra le montagne calabresi, a non molte centinaia di metri dalla grotta dove viene tenuto sequestrato il “golden hippy”, per la cresima di un bambino di bianco vestito ma armato di un affilato coltello. “Abbiamo lavorato molto su questo episodio con Simon Beaufoy (lo sceneggiatore, ndr), ma sul set il vero problema è stato il budget ridotto. Dodici giorni di riprese per una puntata da cinquanta minuti. Non è stato facile, ma grazie alla passione di tutti, dal cast alla troupe, ci siamo riusciti”.
In una chiave per nulla oleografica o stereotipata, tra balli tradizionali e minacce incombenti, confronti serrati e dettagli di sapore etnografico, Crialese ha valorizzato gli attori italiani coinvolti, da Luca Marinelli a Donatello Finocchiaro, da Francesco Colella a Giovanni D’Aleo, da Nicola Rignanese a Niccolò Senni, lasciandoli parlare in un credibile dialetto calabrese, intonato al fosco rituale della ‘ndrangheta (un plauso alla serie girata in due lingue: inglese e italiano).
Dopo l’esperienza televisiva Crialese sarebbe pronto per un nuovo film. “Sto lavorando su più idee, ho vissuto, guardato, imparato ma adesso sento il bisogno di tornare alla mia passione”. Cioè il cinema per il grande schermo. C’è una sceneggiatura pronta, e non parlerà, per fortuna, di immigrazione.

Michele Anselmi

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