Festival dei Diritti Umani. A colloquio con Giancarlo Bosetti, segretario generale di una manifestazione unica

Il tema della terza edizione del Festival dei Diritti Umani (che si è svolto dal 20 al 24 marzo scorsi alla Triennale di Milano) è stato la devastazione della Terra e di come questo saccheggio continui ad incidere sui diritti umani: inquinamento, profughi ambientali, impazzimento climatico ma anche i segnali della consapevolezza di una necessaria inversione di tendenza.
Con lo sguardo puntato sulla distruzione ambientale del nostro pianeta, il Festival si è confermato un unicum nel panorama dell’offerta culturale italiana, coinvolgendo studenti e insegnanti delle scuole superiori della città e dell’hinterland.
Ne abbiamo parlato con Giancarlo Bosetti, segretario generale della manifestazione e direttore dei Reset-Dialogues On Civilizations.

Quando è nato il Festival dei Diritti Umani e qual è la sua periodicità?
L’idea è nata nell’estate del 2015 dall’esperienza cominciata negli anni precedenti a Lugano (ora alla quinta edizione) dalla spinta di un gruppo di professionisti e militanti ticinesi sospinti da un forte impegno personale sul tema. Tra di loro Paolo Bernasconi, noto avvocato penalista, ben conosciuto anche per la sua precedente attività di magistrato. Personalmente l’ho incontrato già molti anni fa e sono stato onorato dall’averlo tra i fondatori della rivista Reset, nata nel dicembre del ’93, dalla collaborazione di diversi intellettuali di area liberalsocialista guidati dai “grandi vecchi” Norberto Bobbio e Vittorio Foa. Abbiamo costituito la associazione Reset-Diritti Umani, di cui Bernasconi è presidente. Direttore del festival è Danilo De Biasio, ex direttore di Radio Popolare. È di Bernasconi l’idea di un festival che stimoli interesse intorno ai diritti umani tra i giovani delle medie superiori, fascia più bisognosa di “alzare lo sguardo” su problematiche spesso trascurate dal corso scolastico. E di un festival che lo faccia attraverso le immagini e il cinema. Documentari e film in generale sono essenziali in questa formula, occupano più tempo dei discorsi che precedono o seguono le proiezioni. Il festival prevede il mattino le scuole, il pomeriggio e la sera il pubblico generale.

In che periodo si svolge e perché proprio in questo preciso momento dell’anno?
Il periodo dell’anno – tra marzo e maggio – è stato scelto perché corrisponde a un momento di piena attività del calendario scolastico, in una fase già inoltrata dell’anno, ma non troppo vicino alla fine, in modo da avere tempo per diversi momenti di preparazione delle classi coinvolte durante l’anno insieme agli insegnanti. Attività che impegna persone dedicate allo scopo e una parte del comitato scientifico. Nel festival sono coinvolte anche diverse ONG, e diverse organizzazioni sensibili ai diritti umani, da Amnesty International a UNHCR, alle organizzazioni forensi e agli organismi professionali dei giornalisti. E molto altro ancora.

Qual è il vostro pubblico di riferimento?
Oltre agli studenti delle medie superiori, il pubblico generale della città e della provincia, cui si rivolgono i dibattiti del pomeriggio e i film della sera.

Con quale modalità vengono selezionati i film?
I documentari sono selezionati in relazione ai temi: il primo anno la donna, il secondo la libertà di stampa, il terzo l’ambiente.

Chi si occupa di selezionarli e quali sono i paesi da cui attingete maggiormente?
La scelta dei documentari avviene in collaborazione con l’organizzazione Soleluna, fondata e diretta da Lucia Gotti, che organizza anche festival cinematografici a Palermo e Treviso. I film di fiction sono scelti da un responsabile, da quest’anno in comune con il festival di Lugano, Antonio Prata. Stiamo esaminando la possibilità di superare questa distinzione documentari-fiction. La scelta cade spesso su paesi del Sud del mondo, paesi arabi e musulmani, Medio Oriente, ma anche molti autori francesi e tedeschi.

Quali altri spettatori arrivano durante le giornate del festival?
Il pubblico è variegato, come è variegato il Festival nella sua proposta (di format, oltre che di contenuti). Prevalgono le donne. Ci sono giovani e meno giovani e un nocciolo duro di pubblico affezionato che ci segue sin dalla prima edizione e che risponde bene anche agli eventi collaterali che avvengono durante l’anno.

In che percentuale il pubblico del festival cresce di anno in anno?
Il Festival ha avuto finora una crescita costante legata soprattutto alle scuole. Ma non solo. Alla fine della prima edizione abbiamo contato 7000 presenze; all’ultima 8000, con un giorno in meno di eventi. Ma il Festival dei Diritti Umani non vive solo una settimana all’anno. Gli eventi collaterali proposti hanno solitamente un’ottima risposta di pubblico, utile ad allargare la platea.

Quali sono le tematiche che interessano di più il pubblico?
Difficile – per la natura stessa del Festival – individuare un tema specifico, senz’altro il nostro pubblico è molto attratto dalle testimonianze, dai racconti in prima persona che al Festival non mancano mai. Grandi emozioni e forte partecipazione intorno per esempio alle testimonianze dirette di sopravvissuti yazidi, a Nadia Murad, o intorno ai film girati tra i combattenti curdi contro l’Isis, ma anche alle battaglie per il diritto all’acqua, contro il mare di plastica, contro il caporalato nella raccolta di pomodori.

In che modo i vari sponsor partecipano al budget del festival?
Il Festival è principalmente sostenuto da donazioni di privati, da fondazioni svizzere. Ci sono poi dei partner che talvolta contribuiscono anche economicamente (sconti, fornitura di servizi, etc). Ovviamente questi incidono in maniera molto minore. Finora scarsa sensibilità da parte di aziende e istituti finanziari. Il patrocinio del Comune di Milano è prezioso, come quello della presidenza della Repubblica, ma non accompagnato da nessun tipo di finanziamento pubblico.

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