BISOGNA ARMARSI DI SANTA PAZIENZA CON “MEKTOUB, MY LOVE” (MA CI SONO I CORPI DELLE FANCIULLE: KECHICHE APPREZZA)

L’angolo di Michele Anselmi

Bisogna armarsi di una certa pazienza di fronte al nuovo film di Abdellatif Kechiche, il cui titolo, abbastanza enigmatico e non semplice da ricordare, suona “Mektoub, My Love: Canto Uno”. Classe 1960, tunisino, Palma d’oro cinque anni fa a Cannes con lo scandaloso e potente “La vita di Adele”, Kechiche ha fama di cineasta incazzoso e poco incline al sorriso. “Mektoub” eccetera batte bandiera francese per lingua e ambientazione, ma in realtà è stato produttivamente realizzato perlopiù con soldi italiani, sicché esce con Vision Distribution giovedì 24 maggio.
Magari avrà i suoi estimatori da noi, di certo i fischi che siglarono le due proiezioni per i giornalisti alla 74ª Mostra (il film era in concorso) non fecero piacere al regista. D’altro canto Kechiche è un habitué del Lido, vi ha già portato “Tutta colpa di Voltaire”, “Cous Cous” e “Venere nera”, fu quindi naturale per il direttore Barbera prendere in gara questo primo capitolo, anzi “canto”, di una trilogia in parte autobiografica, benché alla base ci sia un romanzo di François Bégaudeau, “La Blessure, la vraie” (2011).
Che cosa racconta il film? Spente le due incongrue citazioni dal “Vangelo” e dal “Corano” sui titoli di testa, si parte con un prolungato amplesso, anche piuttosto realistico, e bisogna riconoscere che Kechiche sfodera una notevole cura estetica nel ritrarre le nudità della fremente fanciulla, che si chiama Ophélie, sotto i colpi dello sciupafemmine Toni. A spiarli di nascosto è Amin, un aspirante sceneggiatore di origini tunisine, si direbbe alter-ego dell’autore, sceso da Parigi, per le vacanze estive, nell’assolato paesino di mare, sud della Francia.
Siamo nel 1994. Bello, magro, osservatore, un po’ timido, il giovane uomo è l’opposto del dionisiaco cugino Toni, che in fatto di sesso va forte non solo con la burrosa pastorella Ophélie. Sulla spiaggia i due rimorchiano due avvenenti ragazze appena arrivate da Nizza, e si capisce subito che il soggiorno delle fanciulle sarà piuttosto movimentato sul piano sentimentale (diciamo).
Kechiche poca ama il montaggio, che forse trova artificioso, infatti gira film interminabili, nei quali ogni scena viene lasciata scorrere ad libitum, affinché sembri rubata alla vita vera, quasi a sfidare la pazienza dello spettatore in nome di un’assoluta coerenza estetica. Per lui non vale l’antico detto secondo il quale “il cinema è la vita senza i tempi morti”. In realtà non è cinema documentaristico, il suo, bensì assai meditato: nell’uso della luce naturale e della musica diegetica, nella direzione degli interpreti e nello snocciolarsi della chiacchiera.
I sapori della cucina tunisina, di nuovo c’è di mezzo un ristorante di famiglia come in “Cous Cous”, fanno tutt’uno con i corpi sodi e voluttuosi di quelle “sirene” in costume da bagno, riprese con una certa golosità voyeuristica da ogni angolatura: in acqua, sulla spiaggia, in discoteca al suono di “You Make Me Feel” di Sylvester, mentre si vestono o parlano di gelosia e tradimenti. Il doppio parto di una capra ripreso in diretta e l’inevitabile bacio lesbico siglano un film certamente d’autore, ma in buona misura scombinato, a tratti urtante.
Confesso: è stato difficile per me arrivare in fondo ai 180 minuti, e tuttavia Kechiche gode di un caldo abbraccio cinefilo. Si potrebbe addirittura dire che, ormai asceso allo status di venerato maestro, è un altro che non lavora ma “capolavora”.

Michele Anselmi

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