CON DOGMAN, GARRONE COMPLETA UNA “TRILOGIA DELL’OMBRA”

Esiste sempre nei film di Matteo Garrone un’immensa zona d’ombra che domina ogni intravisto barlume di luce e speranza, sia a livello concreto, della messinscena e della fotografia, sia a livello metaforico. Dal 2002, col suo primo successo in concorso alla “Quinzaine des Réalisateurs”, L’imbalsamatore, Garrone ha realizzato un film più bello dell’altro. Dopo l’ossessione di Peppino per Valerio, che si ricollega moltissimo al rapporto malato tra Marcellino e Simone nell’odierno Dogman, si passa alle ossessioni di Vittorio, il cacciatore di anoressiche, per Sonia in Primo amore. Ed infine arrivammo al grande romanzo criminale italiano, Gomorra, ispirato per fortuna solo parzialmente al best-seller di Saviano. Dopo una parentesi solo apparentemente più luminosa in Reality e Racconto dei racconti (due promesse a livello di tecniche e di mestiere di quello che potremmo vedere nel suo prossimo Pinocchio), giungiamo al capitolo finale di quella che potremmo definire la trilogia dell’ombra composta da L’imbalsamatore, Primo amore e Dogman.

Dogman è sconvolgente nel modo in cui si libera dei fatti reali a cui si ispira (a partire dalla non somiglianza fisionomica dei due protagonisti, per finire con un finale meno truculento) e stravolge gli eventi della vicenda del Canaro, terribile pagina della cronaca nera italiana, inventando ancora una volta di sana pianta una “magnifica ossessione” tra due essere umani. Garrone e i suoi fedeli co-sceneggiatori Chiti e Gaudioso si sporcano le mani, coraggiosamente, decidendo di raccontarci una storia in cui bene e male sono in guerra fra di loro fino alla fine. Tuttavia questa battaglia ci viene mostrata in modo decisamente asciutto, senza indugiare nella morbosità, pur non rinunciando a un’innegabile crudezza. Nel Marcellino di Dogman finiscono per convivere due persone che gli restituiscono una forza sovrumana, una fondamentalmente molto infantile e buona (vedi la tenerezza verso la figlia e i cani) e l’altra, la sua versione più malandata ed egoistica piuttosto che perfida e vendicativa. Questo il motivo per cui gli autori si schierano totalmente dalla sua parte: perché Marcellino non ha fondamentalmente grandi colpe, se non quella di essersi lasciato vessare e sfruttare da qualcuno senza coscienza e scrupoli, molto più forte di lui. Questi due lati di Marcello trovano sfogo in un finale che non potrebbe essere più lontano dalla realtà in quanto delirio assurdo e onirico. E non si può fare a meno di amare il cinema di Garrone, neorealista e surreale, nel suo amare personaggi peculiari interpretati da volti magnifici e mai divistici, spesso non professionisti, e nel seguirli fino agli anfratti più tenebrosi della loro esistenza.

Furio Spinosi

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