Radiografia del cinema italiano

La Fondazione Ente Spettacolo si appresta a presentare il suo Rapporto, che ogni dodici mesi arriva puntuale, denso di dati interessanti. Quest’anno si intitola così: “RAPPORTO CINEMA 2018 – AUDIOVISIVO ITALIANO TRA VECCHI PROBLEMI E NUOVI SCENARI”. Ma qual è lo stato del nostro cinema? Credo che la prima osservazione da fare è che l’insieme dei protagonisti non si presenta come una comunità compatta, quanto piuttosto un aggregato di monadi, spesso in dissidio tra di loro, divisi tra autori, produttori, distributori, esercenti e qualche istituzione. Proprio perché trattasi di realtà a scompartimento stagno, manca una visione di insieme, un progetto, una ragione di essere che non sia il mero profitto o l’affermazione di categoria.
Pesa anche il fatto che all’interno dei singoli comparti sussistono ulteriori divisioni, che rendono le stesse associazioni prive di una percezione comune. Questo insieme di “caste”, come qualcuno le ha definite, non si è ancora reso del tutto conto che il cinema come lo abbiamo conosciuto è simile a una stella che brilla ma non esiste più. Sono entrati in gioco nuovi players (da Netflix ad Amazon) e spiace constatare che in questi territori l’Italia non tocca palla. Qualcosa di simile è accaduto alla nostra industria del lusso, quando all’improvviso ha compreso di non avere più né capitali, né progetti. E si è venduta ai francesi. In realtà da noi chi finanzia i produttori è ridotto a un pugno di soggetti: in primis RaiCinema (senza la quale non esisterebbe più il cinema italiano, specie quello cosiddetto d’autore), Medusa (che si limita a sfornare pochi titoli in attesa che si ripeta l’exploit di Zalone) e Vision (la nuova società di Sky, che al momento non va oltre 4-5 titoli l’anno). Tutti gli altri o sono americani (che finanziano non più di una decina di titoli) o sono distributori impegnati a commercializzare film stranieri e pochissimi italiani.
Quanto alle case di produzione vere e proprie non possiamo censirne più di una decina, la maggior parte delle quali realizza più fiction che film (in Francia lo stesso numero va moltiplicato almeno per 5). Come si sa, il flusso di denaro viene dalla televisione e proprio perché arriva dai network il nostro è un cinema ingessato, poco coraggioso, fatto, come dice con cinismo Aurelio De Laurentis (lui sì che se intende), “più da prenditori che da imprenditori”. Sino a oggi questa galassia di soggetti ha vissuto in gran parte all’ombra dello stato. Grazie a leggi di tipo interventista (emanate da Veltroni sino a Franceschini), il nostro cinema viene tenuto in vita un polmone che da solo non respirerebbe. Quanto ai produttori, appaiono divisi in 2 associazioni: la parte afferente all’Anica (di gran lunga la più consistente), spesso in dissidio con i Giovani Produttori Indipendenti. Questi rimproverano ai primi di ottenere la maggior parte dei finanziamenti, lasciando alla porta gli altri. Non si può dire meglio delle associazioni degli autori, anche loro divisi quando non rivali: l’Anac è la componente storica (composta per lo più da “reduci” anziani, ma nonostante ciò la più combattiva nel difendere il cinema d’autore), mentre i 100 autori rappresentano la maggioranza, spesso più cauta nel fare opposizione. Si aggiunge Doc.it, l’associazione dei documentaristi, ingiustamente inascoltata dalle televisioni, insensibili alle loro richieste, il che non accade negli altri paesi e infatti molti di loro si trovano costretti a rivolgersi all’estero. Secondo me non tutti questi soggetti hanno capito che il cuore del problema è la televisione: i finanziamenti ai film arrivano per lo più da lì.
Soprattutto si stenta a comprendere che il cinema oggi non è più solo. La serialità, specie quella di origine straniera, è entrata di prepotenza in scena e gli stessi autori più avveduti si sono rivolti ad essa (vedi Martin Scorsese, Woody Allen e molti altri). Subendo meno condizionamenti che a Hollywood. In questo senso la pretesa di Cannes di estromettere dal festival film prodotti da Netflix & C. suona retrò e tipicamente francese. Nel giro di pochi anni la stragrande maggioranza dei film saranno prodotti solo da questi nuovi players. Quanto alle istituzioni nostrane, il Festival di Venezia e quello di Torino ancora fanno buone cose. Roma, così com’è congegnato, appare soprattutto una passerella di divi americani: se non esistesse nessuno ne sentirebbe la mancanza. Quanto alle istituzioni, la Regione Lazio appare attiva con varie forme di finanziamento a chi produce e post-produce nel territorio. La Film Commission è operativa, ma non sembra avere una mission ben definita. Il Comune di Roma è entrato in scena solo di recente con una serie di audizioni alla Casa del cinema e pare animato da buoni propositi. Cinecittà Istituto-Luce cerca di fare quanto può contando su risorse ristrette. Del resto i suoi teatri non servono più il cinema, perché occupati al 99% dalla televisione. Si è voluto riacquistare Cinecittà per salvare dalla bancarotta alcuni privati che la detenevano, ma c’è chi l’ha definita un’operazione di mero clientelismo politico ai danni dei contribuenti.
Di recente, insieme agli Istituti italiani di cultura, il Luce ha promosso un tour all’estero dei mestieri del cinema, di cui si attendono i risultati. A fronte di tutto ciò avanza, per fortuna, quello che io da tempo non sospetto chiamo “un popolo senza terra”, formato da migliaia di giovani aspiranti registi, sceneggiatori, attori, produttori, costumisti, scenografi, etc. che non trovano una terra dove operare. Il Centro Sperimentale licenzia qualche decina di diplomati l’anno, idem la Scuola di cinema Gian Maria Volontè, fondata dalla Provincia. Troppo pochi. Più tecnico e più di massa l’Istituto Roberto Rossellini alla vasca navale. Dal canto loro le 3 università romane non hanno abbastanza mezzi e risorse per rispondere alla domanda di numerosissimi aspiranti. Si aggiunge a questi una miriade di scuole private spesso parecchio costose, la maggior parte delle quali cerca di rispondere alle numerose domande, non sempre offrendo adeguate garanzie. Secondo me è venuto il momento di rispondere a questo popolo che preme e che l’industria cinematografica ignora, oppure tende a emarginare, temendo di perdere i propri privilegi, senza rendersi conto che senza acquisire nuova linfa finirà per morire. Manca un luogo dove la creatività giovanile possa sperimentare, dialogare, apprendere, trovarsi insieme, vedersi riconosciuta e crescere.
Anni fa Cinemonitor condusse un censimento registrando ben 848 festival e rassegne cinematografiche attive sul territorio nazionale, a riprova che decine di migliaia di giovani cercano uno spazio. Se è vero che il Comune di Roma si accinge a voler riaprire una serie di sale dimesse (cinema Aquila, Apollo, Airone e Rialto), perché non far gestire la programmazione di almeno uno di queste ad alcune associazioni giovanili, dedicandola ai film emarginati dalla grande distribuzione, ai documentari, al cinema dei paesi africani, etc.? A Roma vivono molti immigrati e andrebbero considerati un’occasione, anziché una disgrazia. Mi chiedo poi come si potrebbe e incidere sul vero bubbone che è la fiction della tv pubblica, dove un pugno di società si spartiscono circa 200 milioni di euro l’anno, lasciando ai margini chi non fa parte dell’inner circle.
Infine sarebbe una buona cosa coinvolgere più attivamente le 3 Università romane, ognuna delle quali ha una sezione di cinema e di televisione. Potrebbero collaborare in qualche forma alla programmazione dei cinema pubblici, come pure pianificare eventi alla Casa del Cinema (la cui esistenza è purtroppo ignorata dal pubblico giovanile), come pure elaborare progetti stimolanti. Potrebbero essere coinvolte anche alcune università telematiche che operano a Roma (ad es. UniNettuno, che di recente ha varato un interessante progetto di cinema e fiction con il mondo arabo) e la stessa Luiss, che spesso indice convegni sulle nostre tematiche. Ma detto tutto ciò, il problema più urgente è come avvicinare il pubblico giovanile a frequentare il cinema italiano, dal quale sotto i trent’anni si è da tempo allontanato.
In Francia si staccano 213 milioni di biglietti l’anno, noi solo 112 milioni. E laggiù le sale sono piene soprattutto di giovani. Chiediamoci perché. Del resto noi laureiamo un numero bassissimo di giovani, solo il 20% della popolazione, mentre in Francia sono a quota 30,9%. Abbiamo il record negativo in Europa, tristemente ultimi dopo la Romania. Alla fine degli anni Settanta un nostro ginnasiale conosceva circa 1.600 persone, oggi non arriva a 500. Forse sta in questi dati la ragione del disinteresse dei giovani nei confronti dei nostri film. Troppo colti i film o troppo poco acculturati i giovani? Urge saper rispondere, se non vogliamo che il cinema italiano resti solo un ricordo.

Roberto Faenza

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