BENEDETTO SODERBERGH: OGNI TANTO SALUTA, POI CI RIPENSA. “LA TRUFFA DEI LOGAN”: QUANDO I RAPINATORI SONO 7 BURINI

L’angolo di Michele Anselmi 

Ogni tanto Steven Soderbergh, oggi 55enne, annuncia di voler chiudere col cinema. Per fortuna non mantiene la promessa. Negli Stati Uniti è appena uscito un suo film, “Unsane”, un thriller sui temi dello stalking girato in una settimana o poco più con un I-Phone; e intanto arriva nelle sale italiane con Lucky Red, dopo l’anteprima alle Festa di Roma 2017, il precedente “La truffa dei Logan”, che segnava il suo ritorno al grande schermo tre anni dopo “Effetti collaterali”. In patria non è andato bene come ci si aspettava, ma è anche vero che è costato poco per gli standard locali, meno di 30 milioni di dollari. Ci si augura che la vecchia Europa si mostri più benevola.
Perché “Logan Lucky”, così suona il titolo originale, è una scoppiettante commedia d’azione incentrata su una banda di rapinatori proletari e burini. Infatti il regista l’ha definita «la versione anti-glam di “Ocean’s Eleven”: nessuno dei protagonisti veste in modo elegante, non hanno soldi e nemmeno tecnologia». Gli undici di quel fortunato film qui diventano sette, e c’è pure un riferimento ironico in proposito, laddove un titolo di giornale recita: “Ocean Seven’s Eleven”.
Insomma siamo nell’America profonda della West Virginia, tra ex minatori disoccupati e sciampiste in minigonna, dove si portano cappellini col marchio John Deere, pantaloni mimetici e furoreggiano le Ford Mustang di ieri e di oggi.
Diviso dalla moglie e padre premuroso della piccola Sadie, Jimmy Logan è una ex promessa dello sport infortunatasi alla gamba: non ha un soldo ma vive dignitosamente in una casa mobile, e quando lo licenziano dal cantiere per un cavillo assicurativo non gli resta che passare dall’altra parte della legge. Parola d’ordine: “Cavolfiore”. Insieme al fratello barista Clyde, tornato dal fronte senza l’avambraccio sinistro, e alla sexy sorella parrucchiera Mellie.
Il colpo riguarda una gara di automobili, categoria Nascar, al Motor Speedway di Charlotte: i soldi, tanto, girano attraverso il sistema di posta automatica, e il caso vuole che una serie di voragini del terreno renda tutto più facile. Ma ci vuole un esperto di bombe artigianali: e l’unico sulla piazza, il poco raccomandabile Joe Bang dai capelli biondi a spazzola e dai tatuaggi minacciosi, ha ancora cinque mesi in galera da scontare…
Costruito su un certo immaginario americano da “working class” sudista, incluso birre a gogò, parlata strascicata e battute scurrili, “La truffa dei Logan” gioca allegramente col genere “stangata & dintorni” alla maniera tipica di Soderbergh, per quanto il copione sia firmato da Rebecca Blunt. I personaggi sono insieme buffi e furbi, maldestri e scientifici; talvolta sembrano “redneck” (proletari reazionari), ma in fondo sono ribelli e burloni, anche capaci di mettere a punto una strategia di raffinato depistaggio. Inutile dire che la musica conta e parecchio, in questa ballata, ironicamente patriottica e vagamente country, che sfotte il mondo della pubblicità e la stupidità di certi apparati dello Stato. Non a caso sarà la sempre toccante “Take Me Home, Country Roads” di John Denver a siglare una delle scene più toccanti.
I tre fratelli sono incarnati da Channing Tatum, Adam Driver e Riley Kenough; in attesa di tornare 007, Daniel Craig si diverte a fare il bombarolo ossigenato; la vera star della country music Dwight Yoakam è il fesso capo della prigione; mentre la rediviva Hilary Swank è una scaltra agente Fbi che di sicuro non mollerà l’osso. Garantisco: non si esce delusi dalle quasi due ore di film.

Michele Anselmi

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