MEGLIO VIVERE DI RIMORSI O DI RIMPIANTI? DIBATTITO APERTO. DALLA FRANCIA “L’ARTE DELLA FUGA”, UN TITOLO MICA MALE

L’angolo di Michele Anselmi 

La domanda vera posta dal film è la seguente: meglio avere rimorsi o rimpianti? “L’arte della fuga”, Bach non c’entra, gira per quasi 100 minuti attorno a questo dilemma. Girata nel 2015 tra qualche incespico produttivo, fa fede una frase di Rivette sui titoli di coda, la commedia di Brice Cauvin arriva nelle sale italiane giovedì 31 maggio con Kitchenfilm. Ma non sembra troppo invecchiata: le storie di famiglia non passano di moda, e in questo caso, non fosse altro perché alla base c’è un romanzo americano di Stephen McCauley, “The Easy Way Out” (2012), non è del tutto incongruo tirare in ballo “Hannah e le sue sorelle” di Woody Allen. Al posto di Hannah però c’è Antoine, che ha solo fratelli: Louis e Gérard. Tutti e tre, s’intende, stanno attraversando un momento cruciale della propria esistenza sentimentale.
Antoine, omosessuale pacificato, vive con Adar in una sorta di rapporto ormai platonico, quasi da “separati in casa”: ci sarebbe da comprare una casa nuova, ma intanto l’insoddisfatto quarantenne si sente sessualmente attratto da un artista belga, Alexis, che più vanitoso e distratto non si può. Poi c’è Louis, il “casanova”, che sta per sposarsi senza alcuna convinzione con la bionda, bellissima e affettuosa Julie: peccato che nei giorni che passa per lavoro a Bruxelles lui se la spassi con la più agée Mathilde, davvero amata, quasi venerata. Quanto a Gérard, il più scombinato, gentile e arruffato dei tre, è tornato a vivere dai genitori invadenti nella speranza di rimettersi insieme alla moglie Hélène (insieme hanno un figlio), ma lei non pare d’accordo, mentre invece si fa sotto la materna/stravagante Ariel, che lavora con Antoine nel ramo cataloghi d’arte.
L’andamento della commedia vorrebbe essere mozartiano, e certo Cauvin possiede una certa grazia, tutta francese, nel descrivere quella famiglia piuttosto disfunzionale, ma in buona misura normale: tra chiacchiere sul sesso, il cibo e l’arte, madri castratrici, piccole bugie, drammi incombenti, gelosie omo ed etero. Nell’incertezza tra rimorso e rimpianto, appunto, i personaggi girano sentimentalmente un po’ a vuoto; e anche il film ne risente sul piano della tenuta drammaturgica, in attesa che “l’arte della fuga” prenda il sopravvento sulle strettoie dell’esistenza.
Laurent Lafitte, Nicola Bedos e Benjamin Biolay incarnano i tre fratelli, secondo una tipicizzazione squisitamente francese; inutile dire che la commedia si ravviva parecchio quando entra in campo Agnès Jaoui, che fa Ariel e contribuisce ai dialoghi. Nella vita è anche regista di un certo talento, a me piace sempre, forse perché sa essere buffa e sexy allo stesso tempo.
PS. Esistono almeno altri due romanzi col titolo “L’arte della fuga”: uno di Giuseppe Pontiggia, uno di Fredrik Sjöberg.

Michele Anselmi

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