DENZEL WASHINGTON (63 ANNI): ATTORE TITANICO E CANGIANTE. VEDETELO IN “END OF JUSTICE”, STORIA DI UN AVVOCATO IDEALISTA

L’angolo di Michele Anselmi 

Trovo Denzel Washington un attore titanico, non solo perché è alto quasi un metro e 90. Dovunque lo metti, crea un’atmosfera speciale: film d’azione e western, drammi familiari e storie processuali, biografie e storie di impianto teatrale. Un attore cangiante e carismatico allo stesso tempo, pure un discreto regista, che si diverte anche a mascherarsi un po’, nel senso dell’aspetto e della taglia.
La controprova viene da “End of Justice. Nessuno è innocente”, il film scritto e diretto da Dan Gilroy, nelle sale da giovedì 31 maggio con Warner Bros-Sony.
Sembrerebbe una storia vera, presa dalla cronaca, invece no: Gilroy, già autore del curioso “Lo sciacallo – Nightcrawler”, cuce sulla mole fisica di Washington un personaggio di pura invenzione, tal Roman J. Israel, Esq. Il nome, che è anche il titolo originale del film, racchiude bene la psicologia dell’uomo in questione: un sessantenne avvocato difensore abituato a lavorare nell’ombra, eccentrico e idealista, malvestito e “zitello”, ancora piantato negli anni Settanta, infatti vive nel culto dell’attivista Bayard Rustin e la sua testa è sormontata da una criniera di capelli ricci cotonati in stile Angela Davis.
Naturalmente Roman è un “defense attorney” prodigioso, nel senso della memoria e delle intuizioni, sicché quando il suo polveroso studio chiude, causa morte del principale, un avvocato potente e fighetto, George Pierce, lo assume pensando che gli tornerà comodo, specie per le cosiddette cause “pro bono” (cioè da patrocinare gratis).
D’altronde il “giurassico” Roman sembra impermeabile a ogni tentazione, infatti sta elaborando da anni una riforma del codice in grado di difendere gli accusati senza soldi da avvocati cinici che puntano solo sul patteggiamento per far prima. Ma un delicato caso di omicidio nel quale si ritrova coinvolto, siamo a Los Angeles, gli farà cambiare idea. “Sono stanco di fare l’impossibile per degli ingrati” teorizza, e da quel momento la sua vita, allietata da un gruzzolo di 100 mila dollari, prenderà un’altra piega.
“End of Justice. Nessuno è innocente” non è un gran titolo: troppo lungo, arduo da ricordare, pure contraddittorio. Mentre il film, scandito dal progressivo travaglio di quell’idealista alle prese con i veleni della corruzione interiore, intreccia apologo morale e legal-drama con abile mestiere, lasciando che le due ore scorrano veloci verso l’epilogo ad alto tasso simbolico. Per la serie: “Siamo migliori della cosa peggiore che abbiamo fatto”.
Denzel Washington, appesantito sotto le giacche sformate, caracolla nel ruolo di Roman restituendone i patemi etici, i furori ideologici, gli imbarazzi sessuali, anche il senso di umano smarrimento di fronte alla scelta fatta. Una notevole prova d’attore, specie nella versione originale, anche se Francesco Pannofino non delude nel doppiarlo. Funzionali al fosco clima della vicenda Colin Farrell e Carmen Ejogo, l’uno nei panni dell’avvocato facoltoso ma un po’ in crisi, l’altra in quelli della collega attivista in fondo sedotta da quello strano tipo.
In patria il film ha incassato appena 13 milioni di dollari. Peccato.

Michele Anselmi

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