DOPO IL PREMIO A CANNES ARRIVA NELLE SALE “LAZZARO FELICE”. URGE SOSPENSIONE DELL’INCREDULITÀ, MA LA FIABA È TOCCANTE

L’angolo di Michele Anselmi 

Fu l’inglese Samuel Taylor Coleridge a coniare l’espressione “sospensione dell’incredulità” nel lontano 1817, intendendo “un particolare carattere semiotico che consiste nella volontà, da parte del lettore o dello spettatore, di sospendere le proprie facoltà critiche allo scopo di ignorare le incongruenze secondarie e godere di un’opera di fantasia” (da Wikipedia). Consiglio di ricorrervi per gustare “Lazzaro felice”, il nuovo film di Alice Rohrwacher, sorella di Alba, che esce oggi 31 maggio nelle sale con 01-Distribution dopo aver conquistato a Cannes un premio per la miglior sceneggiatura.
Trattasi infatti, per confessione della stessa regista, di “una fiaba”, benché “sulla storia d’Italia degli ultimi cinquant’anni”; e insieme di “un manifesto politico”. Troppe cose per un film di due ore? Dipende. Certo, prima con “Corpo celeste” e poi con “Le meraviglie”, Rohrwacher ha dimostrato di possedere uno stile personale, anche una propria poetica non usuale: il mondo rurale e contadino molto l’appassiona, e attorno ad esso continua a costruire le sue storie in 16 millimetri.
Qui lo spunto è fornito dall’abolizione della mezzadria, ufficialmente datata 1982. Ma “Lazzaro felice” immagina che le cose siano andate diversamente in una tenuta agricola, chiamata non a caso “L’Inviolata”, sepolta tra le montagne di un’indefinita Italia centrale. Lì continuano a sopravvivere in una condizione di semi-schiavitù 54 tra uomini, donne, vecchi e bambini, tutti al servizio di un’avida padrona del tabacco, la marchesina Alfonsina De Luna, che s’è guardata bene dall’avvertirli. Ogni tanto la nobile si fa viva da quelle parti, per le vacanze estive, e tutto sembra come cristallizzato nel tempo, benché si sia negli anni Novanta (gli abiti, i cellulari, le canzoni).
Nella piccola comunità spicca la figura di Lazzaro, un contadino ventenne, allegro, mite e operoso, una specie di Candido a sua volta sfruttato dai mezzadri che lo considerano un po’ “toccato”. Tancredi, il biondo e viziato figlio della padrona, finge per noia di essere stato rapito, e nell’attesa che la madre paghi il riscatto che non vuole pagare (Paul Getty docet) il marchesino trova in Lazzaro, asceso con una bugia a “fratellastro”, un amico solidale e generoso.
Poi accade qualcosa di tragico, che sarà meglio non svelare. Ma siccome quel nome, Lazzaro, non è scelto a caso, ecco che il giovanotto dato per morto in un dirupo risorge con l’aiuto di un lupo “francescano” e si avventura nella grande città, dove ritroverà, e siamo ai giorni nostri, molti dei contadini che furono costretti a inurbarsi, inclusa la sveglia Antonia, lesta a sopravvivere facendo piccoli imbrogli.
Scrive la regista: “Attraverso le avventure di Lazzaro volevo raccontare nel modo più lieve possibile, con amore e umore, la tragedia che ha devastato il mio Paese. Il passaggio cioè da un medioevo materiale a un medioevo umano: la fine della civiltà contadina, la migrazione ai bordi della città di migliaia di persone, la loro rinuncia al poco per avere ancora meno”. Magari le cose non sono andate proprio così nella realtà, ma “Lazzaro felice” asseconda questa visione asprigna dell’inurbamento per raccontare, in una sorta di speculare viaggio nel tempo, lo spaesamento gentile di quel “santo” suo malgrado che posa un fresco sguardo di bontà sulle devastazioni della modernità. Fino alle estreme conseguenze.
Film randagio e spiazzante, talvolta di pura invenzione sceneggiatoria nell’intrecciarsi degli eventi e degli incontri, “Lazzaro felice” sembra muoversi, per l’atmosfera generale all’insegna di un’antropologia poetica, tra “Brutti sporchi e cattivi” di Scola, “Uccellacci e uccellini” di Pasolini e “Il minestrone” di Sergio Citti. Ma forse sono solo suggestioni cinefile. Perché Alice Rohrwacher, nel suo evocare un mondo contadino fortemente rimpianto, prende per mano lo spettatore portandolo nel cuore di una fiaba allegorica, a tratti di impianto naturalistico, che alla fine tocca qualche corda profonda. Ma tutto dipende, appunto, dalla sospensione dell’incredulità richiesta a più riprese.
L’esordiente Adriano Tardiolo è un Lazzaro perfetto: dotato di una “santità” involontaria in bilico tra struggente tenerezza e incredula stupefazione; mentre gli altri interpreti, da Alba Rohrwacher a Luca Chikovani, da Nicoletta Braschi a Sergi Lopez, da Tommaso Ragno a Natalino Balasso, disciplinano la loro recitazione al registro sospeso dell’apologo “sull’odore di un uomo buono”.

Michele Anselmi

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