Tito e gli alieni. Gigantesco serbatoio di immaginario collettivo e di ricordi, cinematografici e non

Questo stranissimo film, presentato in occasione della 35esima edizione del Torino Film Fest, somiglia molto alla fiaba mostrata in anteprima sempre a Torino l’anno precedente, I racconti dell’orso di Samuele Sestieri ed Olmo Amato. Entrambi i lungometraggi portano in scena un mondo alieno e surreale, personaggi ai margini della vita, archetipi ricontestualizzati e modellati a piacimento attraverso un racconto in grado di riflettere sulla propria natura metatestuale. Insomma, il Torino Film Fest si conferma come un laboratorio alieno di opere prime e seconde italiane.

Al di là dei parallelismi tra i film, è Tito e gli alieni ad aver conquistato particolarmente la nostra attenzione (anche a causa della prossima uscita, prevista per il 7 giugno, grazie alla distribuzione di Lucky Red, che consentirà al film di “atterrare” in ben 100 sale in tutta Italia).
Dal momento in cui ha perso la moglie, il Professore vive nel deserto del Nevada, accanto all’Area 51, in completo isolamento dal mondo. Dovrebbe portare avanti delle ricerche segrete per il governo degli Stati Uniti ma, in realtà, trascorre il suo tempo sdraiato su un divano ad ascoltare il suono dell’universo. L’unica persona con cui parla è Stella, una ragazza che si occupa dell’organizzazione di matrimoni per turisti a caccia di alieni. All’improvviso, con la forza di un tornado, giunge una notizia dall’Italia: il fratello del Professore è morto e gli ha affidato i suoi figli, che andranno a vivere in America con lo zio. Nonostante le aspettative di Anita e Tito di trovare un’America ben diversa dall’anfratto desolato in cui sono catapultati, i due bambini riusciranno comunque ad ambientarsi e ad affezionarsi ad uno zio così sui generis.

Area 51, deserto del Nevada, un Professore senza nome e due bambini, personaggi tutti colpiti da un grave lutto familiare. Basterebbero queste poche parole per suggerire la singolarità che attraversa ogni sequenza di Tito e gli alieni, un gigantesco serbatoio di immaginario collettivo e di ricordi, cinematografici e non. La storia di questo personaggio principale che riqualifica oggetti in disuso e che si risveglia dal torpore esistenziale in cui è precipitato ricorda da vicino i racconti di Steven Spielberg. I bambini orfani, l’adulto mancante di qualcosa, i militari cattivi, l’importanza di memoria, ricordi e di un nuovo amore si pongono come referenti immaginari fondamentali che accarezzano un’ampia fetta di cinema americano. Tito e gli alieni è un marziano che ribalta le prospettive su ciò che tradizionalmente ci si aspetterebbe da un film italiano. Accensioni cromatiche à la Wes Anderson e rifunzionalizzazioni artigianali che ricordano il cinema di Michel Gondry contribuiscono a costruire un clima naif ed ingenuo in cui Paola Randi crede ciecamente e a cui affida la messa in scena dei dolori dei propri personaggi.

Nonostante qualche incertezza visiva legata, soprattutto, alla complessa coesistenza di effetti speciali realizzati nel profilmico ed innesti digitali, Tito e gli alieni convince pienamente grazie alla fede che dimostra nei confronti di ciò che racconta. Un cinema che si caratterizza come serbatoio e dispositivo di immaginario e di ricordi, oggetto in grado di aprire il vaso di Pandora dei propri sogni e di annullare ogni distanza fisica e linguistica, nell’ottica di un umanesimo che confida ancora nella potenza narrativa delle storie come meccanismo di svelamento della nostra identità. Ancora una volta, sembra proprio che nulla come il cinema possa allargare il quadro della coscienza e penetrare nei nostri dolori più reconditi.

Matteo Marescalco

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