Arriva in sala “Tito e gli alieni”, a colloquio con Paola Randi

Dopo anni di lavoro, impegno e passione, “Tito e gli alieni” è riuscito a sbarcare sulla Terra. La poetica e commovente fiaba che ha per protagonista Valerio Mastandrea è stata presentata in anteprima alla 35esima edizione del Festival del Film di Torino ed è approdata alla Casa del Cinema di Roma in occasione dell’incontro con la stampa. Diretto da Paola Randi, ad otto anni di distanza da “Into paradiso”, e prodotto da Matilde ed Angelo Barbagallo per Bibi Film, “Tito e gli alieni” sarà distribuito in sala dal 7 giugno grazie a Lucky Red.

A detta di Paola Randi, il film è nato da un’immagine: «(…) quella di mio padre, che, negli ultimi anni della sua vita, aveva iniziato a perdere la memoria. A un certo punto, l’ho visto seduto a fissare una fotografia di mia madre morta da molti anni, cercando di conservarne il ricordo. Da lì, mi è venuta in mente l’immagine di un uomo sdraiato su un divano nel deserto, che provava a cercare la voce della moglie tra i suoni dello spazio». Cinemonitor ha avuto l’occasione di scambiare qualche chiacchiera con la regista Paola Randi.

Sei nata a Milano, ti sei laureata in Giurisprudenza e hai lavorato per ONG internazionali a favore delle donne nell’economia. In che modo e per quale motivo sei approdata al cinema?

In effetti, prima di arrivare il cinema ho fatto tante altre cose. Ho dipinto per tantissimi anni, ho studiato musica e teatro. Però, non c’era niente che quadrasse. Niente che mi facesse sentire così a mio agio da andare avanti. Mi sono laureata in Legge per fare piacere a mio padre che era avvocato e poi ho lavorato per moltissimi anni con mia madre che si occupava di grandi organizzazioni internazionali a favore delle donne nell’economia. Queste sono state esperienze bellissime e particolari che mi hanno mostrato il mondo attraverso punti di vista unici. Quindi, sono molto contenta di averle fatte. Però, arrivati a un certo punto, dopo la morte di mia mamma e la fine della mia organizzazione teatrale, mi sono trasferita a Roma e ho iniziato a lavorare nel settore delle pubbliche relazioni. Come lavoro è stato noiosissimo. Dopo circa un annetto di esperienza, ho avuto la fortuna di incontrare un amico del mio capo che aveva scritto un cortometraggio. Mi sono immediatamente proposta come regista. Sono riuscita convincerlo, ho girato questo primo corto di cui mi vergogno ancora adesso, ma che ha avuto conseguenze fondamentali. Per la prima volta in vita mia, mi sono sentita a casa, perfettamente a mio agio in ciò che stavo facendo. Ho cercato disperatamente di frequentare qualche scuola di cinema ma non avevo più l’età richiesta, ero troppo grande. L’unico corso che ho incontrato è stato quello di Silvano Agosti. È stato un workshop davvero geniale, lui ci mostrava le opere prime dei grandi maestri, dicendoci che anche loro sono partiti dal nulla, come ognuno di noi, in fin dei conti. Si tratta di un aspetto che mi ha illuminato. A quel punto, un mio cliente ha visionato il mio corto e mi ha chiesto qualche sceneggiatura da proporre a Valerio Mastandrea, suo caro amico. All’epoca, io non ero niente e Valerio era già famosissimo. Serviva un’idea per realizzare un corto promozionale. Ho proposto “Giulietta della spazzatura” che, alla fine, è andato davvero molto bene. Grazie a quello, sono riuscita a farne anche altri. Poi ho vinto una borsa di studio per il Talent Campus della Berlinale e ho seguito un seminario con Herzog alla Holden di Torino. Tra seminari e workshop, sono riuscita, in qualche modo, a completare la mia formazione.

Quindi, insomma, è stata soprattutto una questione di esperienza sul campo.

Sì. E, in quel periodo, nonostante abbia fatto una quantità mostruosa di corti, ho firmato per il mio primo film soltanto tre anni dopo, all’epoca, con Fabrizio Mosca.

Hai detto di esserti dedicata anche alla pittura. Questa tua passione emerge particolarmente in “Tito e gli alieni”, in cui effetti speciali realizzati nel profilmico ed effetti visivi in CGI raggiungono un connubio perfetto e rendono il tessuto filmico come un campo di forze in azione. Sembra quasi che tu abbia lavorato sull’immagine filmica alla stregua di una tela da pittura. Tra l’altro, si inizia da 1,85:1 per poi passare al 4:3 e terminare con il formato 2,35:1. Come mai questa scelta?

“Tito e gli alieni” inizia dal formato 1,85:1 e passa al 4:3 nel momento in cui la Via Lattea si trasforma nella Extraterrestrial Highway lungo cui viaggia il segnale sonoro. È come se, all’inizio, fossimo noi gli alieni dentro una navicella spaziale che viaggiano e portano la notizia della morte del fratello al Professore. Quindi, è una sorta di dichiarazione: siamo noi gli alieni che stanno atterrando su un pianeta diverso. E l’altro invito è quello a lasciare da parte ogni idea precostituita e andare in questo mondo ribaltato, allontanando ogni tipo di cinismo. Nella prima parte del film, inoltre, è fondamentale il rapporto cielo-terra più che quello panoramico. Per cui, il formato vecchia Hollywood, che è un formato bellissimo in composizione di inquadratura, regala questo respiro verticale, dal cielo alla terra. Il 4:3 occupa tutta la prima parte del film finché il Professore non è pronto a mettersi in azione. Da quel momento, i suoi orizzonti si allargano e si arriva al 2,35:1. Solo da quel momento accade in lui qualcosa.

Tutto il film, ma soprattutto il finale restituiscono un’idea di cinema come gigantesco deposito di immaginario e dispositivo di memoria. Quali sono state le tue referenze filmiche?

Guarda, uno dei miei autori di riferimento è Hal Ashby, regista di “Oltre il giardino”, “Harold e Maude”, “Tornando a casa”. In particolare in “Oltre il giardino”, che è un film davvero bellissimo, lui ha questa cifra elegante che riesce a miscelare la surrealtà pittorica à la Magritte a un’analisi della società e di un personaggio molto poetico, simile a Chaplin. Per me, Ashby è stato un autore davvero fondamentale. Ovviamente, tantissimi altri mi hanno influenzato in questo percorso. Per la fantascienza, penso a Spielberg, che è proprio una luce. Poi Kubrick e “Solaris” di Tarkovskij. C’è anche un grande prestigiatore come Méliès. Lui aveva inteso il cinema come luogo di prestidigitazione, cioè luogo di magia dove poter avere una libertà assoluta nell’inventare e rielaborare formule di racconto. Méliès è un po’ il papà di tutti gli effetti speciali. Anche Michel Gondry ha richiamato moltissimo tutto questo. Da un certo punto di vista, anche Wes Anderson che ha usato l’animazione in maniera deliziosa. Io ho lavorato anche in stop-motion e come tecnica mi piace da morire. L’artigianalità dell’effetto speciale è qualcosa che mi piace molto perché dà allo spettatore la possibilità di svelare e scoprire i trucchi. L’artigianato al cinema è legato ad un senso di stupore da bambini, unito all’unicità di ciò che rappresenti. Il digitale, invece, è qualcosa di ripetibile all’infinito. Anche se devo dire che le sperimentazioni miste di effetti digitali e nel profilmico hanno dato dei frutti molto interessanti.

Pensando a “Sicilian Ghost Story” di Grassadonia e Piazza, a “Dogman” di Garrone e a “Lazzaro felice” della Rohrwacher, ho notato che molti film italiani, nell’ultimo anno, hanno scelto di abbracciare il terreno della fiaba. O, quanto meno, della restituzione fiabesca della realtà. Che ne pensi? Ne hai visto qualcuno?

“Dogman” è davvero bellissimo. Tra l’altro, la figura di Chaplin, di cui parlavo prima, emerge anche nel film di Garrone. Sono tutti personaggi un po’ fuori dal tempo e dalle cose. Nonostante questo, però, riescono a dare un incredibile ribaltamento di prospettiva nel leggere delle cose che sono semplici, ma che l’umanità sembra non riuscire più a comprendere.

Credo che nel finale, “Tito e gli alieni” raggiunga il suo acme, grazie a quella scena particolarmente emozionante che condensa lo spirito del film. Come l’avete realizzata?

Nella scena finale che hai citato, sono riuscita a fare una cosa che avrei voluto fare da parecchio tempo: le proiezioni sull’acqua. Anche l’acqua è un elemento nostalgico che dona all’immagine una tridimensionalità che però è effimera. Adesso c’è, poi non ci sarà più. È qualcosa che implica un senso di perdita, ma che comunque lascia una traccia, una volta che passa e va via. È un po’ come le immagini al cinema che sono una forma di comunicazione intrinsecamente nostalgica. Il cinema cerca di cogliere un sentimento per immagini e di riproporlo per sempre. Ha a che fare con la memoria in modo assolutamente peculiare.

Il tuo film mi è sembrato soprattutto un film di sensazioni e di costruzione visiva, nonostante la sceneggiatura sia ben costruita. In che modo avete lavorato sulla coesistenza tra dimensione visiva e aspetto narrativo?

Ho lavorato alla sceneggiatura con Massimo Gaudioso e Laura Lamanda. Abbiamo lavorato parecchio, la sceneggiatura è stata riscritta tante volte, dopo aver incontrato i protagonisti e dopo aver fatto scouting anche in America. Poi, come mi è accaduto altre volte, io scrivo il finale in corsa. A un certo punto del film, poco prima di girarlo, tendo a scrivere nuovamente la conclusione. Perché credo che, mentre lo giri, il film assuma un’identità propria che ti porta ad intervenire e a raccontarti dove andare a finire. Almeno, per me è così. Ecco perché, per me è fondamentale girare il finale alla fine e rispettare l’ordine cronologico del film. Ho bisogno di vedere dove naturalmente la storia mi porta. Poi anche il montaggio è una fondamentale e decisiva riscrittura del film. Riuscire a fare intuire un mondo che non c’era è stato molto difficile.

Ultima curiosità: per un film del genere quanto è stata importante la figura di Valerio Mastandrea? In sede di produzione, la presenza di un attore del genere può facilitare le cose?

A livello produttivo mi avevano fatto una serie di altri nomi. Poi, certo, Valerio è stato fondamentale, perché se lui sposa in modo deciso un film è anche più facile metterlo in piedi e realizzarlo. Valerio è davvero un attore unico, non c’è nessuno come lui. Nella recitazione, riesce ad unire misura e rigore ad un’umanità caldissima e ad una credibilità straordinaria. È in grado di dare credibilità a qualsiasi cosa. Poi ha anche una vena malinconia ed ironica allo stesso tempo che oggi hanno in pochi.

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