LA GIALLISTA E L’ASPIRANTE SCRITTORE: UNA SFIDA QUASI THRILLER. ECCO “L’ATELIER” DI CANTET (MA LA MODA NON C’ENTRA NULLA)

L’angolo di Michele Anselmi 

Titolo a parte, “L’Atelier”, che nell’uso italiano fa pensare ad altro, specialmente alla moda, che cosa vuole dirci davvero il francese Laurent Cantet col suo nuovo film? Mica facile. Che la rabbia giovane, tinta di nichilismo brutale, si annida nelle pieghe di una società stagnante, senza più lavoro e coscienza di classe? Che le vecchie parole d’ordine operaie non hanno più senso, perché suonano nostalgiche e disarmanti? Che la nuova destra demagogica e xenofoba lucra sulla confusione emotiva, anche psicologica, delle nuove generazioni proletarie? Che l’artista famoso, quando scende in provincia per confrontarsi con allievi o discepoli, si comporta come una sorta di “vampiro”?
Cantet è il regista di film molto intensi, come “Risorse umane”, “A tempo pieno” o “La classe”; questo nuovo, passato nel 2017 a Cannes nella sezione “Un Certain Regard”, arriva oggi nelle sale italiane con Teodora, e c’è da augurarsi che il pubblico sia paziente e incuriosito. “L’Atelier” a suo modo è un thriller, pure cupo e allusivo, solo che impiega parecchio tempo, forse un po’ troppo, prima di entrare nel vivo del racconto. Poi, però, prende e lascia affiorare nello spettatore un senso di fertile disagio.
Una giallista famosa e ricca, Olivia Dejazet, scende da Parigi a Le Ciotat, che fu combattiva città operaia e sede di cantieri navali chiusi dalla fine degli anni Ottanta, per tenere un laboratorio di scrittura pagato dal Comune e frequentato da un piccolo gruppo di giovani allievi, tra i quali due musulmani. La scrittrice, molto parigina anche nell’eloquio, sembra in stallo creativo rispetto al suo nuovo romanzo; e intanto prova a stimolare l’interesse, anche il talento laddove ci sia, dei suoi aspiranti “colleghi”. Nel confortevole luogo al riparo dal sole e con splendida vista sul mare si parla di trame, di omicidi, di indizi, di motivazioni; la straniera fatica un po’ a motivare quei sette allievi, con l’eccezione di Antoine, che ha idee, spunti e scrive anche benino, solo che noi sappiamo essere sedotto dalle armi, dal culto del fisico, dagli eroi della playstation, pure da un agitatore locale un po’ lepenista.
Insomma, avete capito: Antoine, malvisto dai suoi amici di corso perché ritenuto fanatico, comincia a spiare Olivia di notte, forse sentendo che la donna quarantenne non è impermeabile alle due attenzioni di giovanotto insinuante e malmostoso. Una sera, al chiaro di luna, lui si presenta con una pistola Beretta…
Quasi documentaristico nell’incipit piuttosto verboso, utile a presentare i personaggi e illustrare il tenore delle chiacchiere para-letterarie, “L’Atelier” cambia registro strada facendo; il contesto sociale/industriale, sempre evocato dalle quelle enormi gru mai smontate, lascia affiorare lo smottamento di Antoine verso, appunto, un nichilismo ulcerato e autolesionista (però Céline non c’entra), innamorato del gesto criminale in sé, svuotato di ogni motivazione, oltre le frontiere dello stesso terrorismo di matrice islamica che si vorrebbe combattere.
Tranquilli, non finisce male, anche se la parigina passa un brutto quarto d’ora, prima che Antoine possa ritrovare se stesso nell’unica forma, direi quasi marxiana, cara al regista.
Cantet, che ha scritto il copione con Robin Campillo, certo non agevola lo spettatore, lo strapazza per benino sul piano della pazienza; e tuttavia, come si diceva, il film sintetizza bene il senso di uno smarrimento diffuso, non solo francese, di una lacerazione sociale e antropologica ardua da decifrare.
Lei è Marina Foïs, non particolarmente bella ma perfetta nel ruolo della giallista che la sa lunga; lui, scovato proprio a Le Ciotat, è Matthieu Lucci, nella vita pare sia buonissimo ma sullo schermo sfodera un’inquietudine che fa abbastanza paura (sembra un mix tra i giovani C. Thomas Howell e Edward Norton).

Michele Anselmi

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