In arrivo le nomine Rai. Lottizzazione come sempre? Sarebbe bello di no

Il primo banco di prova del nuovo governo sarà a breve, quando verrà deciso il futuro della Rai con il rinnovo del suo Cda. Avremo la solita lottizzazione cui assistiamo da oltre mezzo secolo o finalmente l’azienda sarà liberata dal giogo politico? Credo di poter parlare con cognizione di causa seguendo queste vicende sin da quando un mio pamphlet, Senza chiedere permesso, fu tra le cause della caduta del 2° governo Andreotti, inciampato proprio sulle rovine del monopolio Rai. In attesa delle nomine, si sono palesate le prime bramosie. Scandalosa la pretesa dei consiglieri uscenti che senza pudore hanno chiesto di essere rinnovati (tutti eccetto uno), dopo aver dato prova di inerzia e vassallaggio, per esempio avallando la cacciata di Massimo Giletti, nonostante gli ottimi ascolti. Aveva ragione Montanelli quando diceva che i dirigenti della tv andrebbero mandati a processo non solo per ciò che fanno, ma per ciò che non hanno mai fatto. Saranno capaci 5 Stelle e Lega di dare un segnale innovativo, rinunciando alla spartizione dei tg, che affligge l’azienda sin dai tempi di Telekabul? L’ultimo asservimento è stato sancito da Renzi, quando ha varato una riforma peggiore di quella di Bernabei, primo dominus della voracità partitica. Dopo aver promosso direttore generale Antonio Campo Dall’Orto, lo ha costretto alle dimissioni, reo di non ubbidire abbastanza. Di recente è stato pubblicato un bando chiedendo a chi ritenga di avere i numeri di mandare il curriculum per scegliere i nuovi consiglieri. Sarà la solita farsa finalizzata a una parvenza di democraticità per coprire decisioni prese nelle segrete stanze? Roberto Fico, che prima di diventare presidente del Senato era a capo della Commissione di Vigilanza Rai (un coacervo che ha evidenziato la sua quasi inutilità), ha pubblicato un post auspicando che la scelta avvenga “in base al merito e alla competenza”. Gli ha risposto Michele Anzaldi, già segretario della stessa Commissione e fedelissimo renziano, chiedendo un consigliere anche per il Pd, dunque sancendo il diritto a perpetuare la lottizzazione.

Stando alla legge il Cda dovrà essere formato da 4 componenti scelti da Camera e Senato, 1 dai dipendenti, un amministratore delegato e un altro consigliere di nomina governativa. Su 7 componenti 6 saranno di nomina politica, roba da repubblica delle banane. Manca la possibilità che almeno qualche consigliere venga espresso dal pubblico attraverso una forma di consultazione e qualcun altro come espressione delle associazioni giovanili. Dovrebbero essere questi i primi referenti, se si avesse davvero rispetto degli spettatori. Possiamo sperare che 5 Stelle e Lega evidenzino uno scatto di orgoglio rinunciando alla prassi spartitoria dei predecessori? Nel bando si specifica che possono partecipare “persone di riconosciuta onorabilità, prestigio e competenza professionale e di notoria indipendenza di comportamenti, che si siano distinte in attività economiche, scientifiche, giuridiche, della cultura umanistica o della comunicazione sociale, maturandovi significative esperienze manageriali”. Una poltiglia così vaga da consentire di nominare anche quei due disgraziati studenti di aria fritta, nipoti di Vittorio Feltri, di cui si lamenta dovendoli mantenere a casa. Ho avuto modo di leggere curricula molto interessanti, inviati da docenti universitari e ricercatori esperti. Venisse scelto anche solo uno di loro, avremmo un bel salto di qualità. Ma chi vaglierà la selezione? Attraverso quali criteri e quale trasparenza verificabile dall’opinione pubblica? Non basta che l’elenco dei proponenti venga reso noto prima delle nomine. Sarebbe solo uno specchietto per le allodole. Occorrerebbe invece che personalità di conclamata indipendenza vagliassero le proposte, sottoponendole alle forze politiche per la scelta finale. Salterebbero i soliti giochini che consentono ai partiti di premiare i loro fedeli, anziché esperti con la schiena dritta. Infine la cosa più importante: nulla si dice del progetto di televisione che si vuole perseguire, né dei programmi da realizzare invece della quotidiana minestra riscaldata. Siamo contenti che la Rai sia seguita da un pubblico prevalentemente anziano (i cosiddetti telemorenti) e disertata dai giovani? E ci sta bene che le risorse finanziarie siano divorate da appalti esterni in presenza di circa 13.000 dipendenti, da presentatori che costano un occhio della testa, da produttori di fiction sempre uguali che si spartiscono circa 200 milioni di euro l’anno in barba a ogni pretesa di equità?

Roberto Faenza

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