“TITO E GLI ALIENI”, UNA FANTA-COMMEDIA NON SOLO PER RAGAZZI. MASTANDREA COI MUSTACCHI SCIENZIATO PERSO NELL’AREA 51

L’angolo di Michele Anselmi

Paola Randi, quarantotto anni, milanese, deve aver visto molto cinema indipendente americano, tanto per capirci quello fatto di situazioni buffe, musiche minimaliste di chitarra, battute sospese, atmosfere bizzarre e qualche asprigna tenerezza. “Tito e gli alieni” sembra provenire da lì, da quelle frequentazioni. E tuttavia è un film gentile, anche personale, non solo per ragazzi. A partire dal titolo scomoda gli extraterrestri, con qualche strizzata d’occhio a Spielberg, ma per parlare d’altro: della sofferenza legata alla morte di una persona cara, dei ricordi che sbiadiscono anche quando non si vorrebbe, delle giravolte del destino.
Povero ma non misero, con quell’aria un po’ stralunata da favola tra il fantascientifico e il pedagogico, “Tito e gli alieni” è uscito solo ora nelle sale, a otto mesi dall’anteprima al Torino Film Festival. Produce Angelo Barbagallo con Raicinema, distribuisce Lucky Red. E chissà che, nel deserto degli incassi, non riesca a ritagliarsi un posticino (ieri era a quota 80 mila).
Siamo nel deserto del Nevada, a un passo dalla mitica Area 51 evocata da decine di film sugli alieni. Lì vive, ormai sempre più demotivato e triste, perlopiù sdraiato su un divano al sole dentro la tuta bianca, un baffuto professore napoletano, tal Tito Biondi, che ha convinto il governo americano di poter intercettare presenze in arrivo dallo Spazio. In realtà l’unica presenza che gli interessa davvero riguarda una voce, quella della moglie Linda, morta anni prima: captata una volta e dopo di allora sempre invocata attraverso complicati apparati tecnologici (antenne, computer, parabole).
Niente sembra scuotere lo scienziato dal torpore esistenziale intriso di rassegnata laconicità, neanche le attenzione di Stella, una bella ragazza del posto che organizza matrimoni per turisti mascherati da marziani. Ma un pacco che viene da Napoli è destinato a cambiargli la vita: il fratello lo informa con una registrazione video di essere morto, sicché toccherà a lui, lo zio, prendersi cura dei due figli, Anita di sedici anni, Tito di sette. Lei sogna di incontrare Lady Gaga a Las Vegas, lui ha rubato la foto del papà sulla tomba pensando di poter parlare ancora una volta con lui come se fosse un I-Phone. Una scocciatura in più per il già mesto scienziato; e invece l’arrivo dei due nipoti nel deserto infuocato del Nevada ridarà vita a colore al desolato laboratorio fatto di sfere gonfiabili, insomma riavvierà il cuore e il programma dello zio in ascolto.
Tra un “That’s Amore” che sfrigola senza tempo, ectoplasmi in forma di bagliori volanti, soldati minacciosi e mascheroni di gomma con la faccia di mitici extraterrestri, la commedi, esile ma non superficiale, gioca con i materiali della fantascienza di genere senza perdere di vista il tema di fondo: ciò che usiamo chiamare “l’elaborazione del lutto”. Tutti e tre, sperduti in quella specie di paesaggio lunare, devono fare i conti con una perdita che reclama tempo per essere in qualche modo riassorbita; ma vedrete che qualcosa di inatteso, pure miracoloso, succederà, e a quel punto, un po’ come succedeva in “Ghost”, sarà più facile distaccarsi dal peso dei ricordi e ricominciare a vivere.
Girato in larga parte in inglese, giustamente, “Tito e gli alieni” ha un andamento quieto e ironico, con qualche buffa digressione romantica e il palleggiamento degli affondi dialettali. Valerio Mastandrea è spiegazzato quanto serve per risorgere, la modella francese Clémence Poésy, vista in “Last Portrait”, porta una soave grazia femminile nella storia, Chiara Stella Riccio e Luca Esposito sono i due vivaci nipoti piovuti dal cielo, mentre Gianfelice Imparato è il caro estinto che anche dall’Aldilà non smette di fare il bravo papà.
PS. Il film è dedicato affettuosamente a Fausto Mesolella, per chi non sapesse era il chitarrista degli Avion Travel morto nel 2017.

Michele Anselmi

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