LA GUERRA DEI BESSON. ESCE “L’AFFIDO” E CI RIGUARDA TUTTI. MIGLIOR REGIA VENEZIA 2017, UN DEBUTTO COSÌ CE LO SOGNIAMO

L’angolo di Michele Anselmi

Bisogna ringraziare le società di distribuzione Nomad e P.F.A. se arriva in Italia, sia pure solo ora, quando il cinema purtroppo sembra chiudere bottega, il notevole “L’affido. Una storia di violenza”. C’è poco da sorridere, vedendolo, ma molto da riflettere. E sarebbe un peccato, l’ennesimo, se questo bel film francese, nelle sale da giovedì 21 giugno, non trovasse un po’ di ascolto, attenzione.
In originale intitolato “Jusqu’à la garde”, il film dell’esordiente Xavier Legrand, nella vita anche attore, ha conquistato a Venezia 2017 il Leone d’argento per la migliore regia e il Leone del futuro per la migliore opera prima. In effetti basterebbero i primi dieci minuti, un autentico pezzo di bravura per forza drammaturgica e tensione interpretativa, a definirne il nascente talento, anche un’idea di stile tagliente, senza fronzoli, che immerge subito lo spettatore in un inferno familiare.
Davanti a una giudice, assistiti dai rispettivi avvocati, i malamente divorziati Myriam e Antoine Besson devono risolvere un problema non da poco. Il figlio più piccolo, l’undicenne Julien ha terrore del padre, non vuole più vederlo o passare le vacanze con lui, la donna ha chiesto l’affido esclusivo, ma l’uomo, disposto anche a trasferirsi di città, ottiene l’affido congiunto. Chi dice la verità? Il padre è davvero cambiato, come assicura? La madre è prevenuta perché ha un altro uomo?
“Volevo realizzare un film politico, un film di guerra, forse addirittura un horror” ha spiegato Legrand. Magari esagera. Ma “Jusqu’à la garde” si vede davvero come stando sui carboni ardenti, in un crescendo di ferocia sotterranea, minacce sommesse, scenate profetiche. A Hollywood una storia del genere avrebbe avuto un’altra fine, però anche qui si spara. Il monumentale Denis Ménochet e la bionda Léa Druker sono i due “combattenti”, mentre il piccolo Thomas Gioria, davvero ben scelto, si ritrova nel mezzo di una feroce guerra coniugale che sembra presa da un acre fatto di cronaca.
Il film, ambientato in Borgogna e racchiuso nella durata aurea di 90 minuti, sviluppa in chiave di thriller sociale un cortometraggio dello stesso regista che si chiamava “Avant que de tout perdre”. Non si vede a cuor leggero, ma consiglio di vederlo: a uomini e donne, a padri e madri, perché basta poco, a volte, per trasformare il disamore acido in tragedia fonda.

Michele Anselmi

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