“THELMA” SENZA LOUISE: DALLA NORVEGIA UN THRILLER IMPERDIBILE TRA “CARRIE” E BERGMAN. OCCHIO ALLA GIOVANE EILI HARBOE

L’angolo di Michele Anselmi 

In effetti ha ragione il “New York Times” quando suggerisce, a proposito del film danese “Thelma”, nelle sale con Teodora da giovedì 21 giugno: sembra “Carrie lo sguardo di Satana” di Brian De Palma girato da Ingmar Bergman. Con una punta, volendo, di “La zona morta” di David Cronenberg. Il regista 44enne Joachim Trier, qui al suo quarto film, è uno che ci sa fare, perché è partito da un thriller di sapore soprannaturale, usando alcuni cliché un genere abbastanza codificato, per raccontare via via un denso romanzo di formazione: morale, religioso, sessuale, familiare. Dove i continui riferimenti estetici, incluso “L’Urlo” di Munch per diretta ammissione dell’autore, non pesano come un ricatto culturale, teso a nobilitare la materia, a riscattarla; ma semmai a confondere lo spettatore, per strapparlo via via a una lettura troppo dritta e diretta, diciamo peregrina.
Chi è Thelma? Una bella e solitaria ragazza di provincia approdata a Oslo per frequentare l’università. L’incipit, in un bosco innevato a un passo dal lago ghiacciato, ce la mostra piccola, accanto al padre armato di fucile che per un attimo sembra prenderla di mira alla testa. Perché lo fa? Che cosa c’è dietro? Capiremo alla fine, tornando sul lago, quale sia la “maledizione” di Thelma, e perché lei, crescendo in quella strana famiglia, religiosa sino al bigottismo, sia diventata la giovane donna che è. Complessata, silenziosa, irrigidita da norme morali che le impediscono anche di bere una birra insieme agli altri studenti, refrattaria alla corte maschile.
Nel sentirsi a sorpresa attratta da Anja, una slanciata e disinvolta ragazza conosciuta in aula, Thelma deve intanto fare i conti con qualcosa di terribile che le sta succedendo dentro, sconvolgendola ancora di più. Le analisi cliniche parlano di “convulsioni epilettiche psicogene”, ma in realtà, tra visioni di serpenti e levitazioni a un metro da terra, uccelli che si schiantano sul vetro e neonati scomparsi, la fanciulla scopre di possedere poteri paranormali, inquietanti e incontrollabili, che vengono da lontano, dall’infanzia non proprio felice nella casetta in riva al lago.
La forza di “Thelma” sta innanzitutto nella sbadata/radiosa bellezza della protagonista, incarnata da Eili Harboe. “Un misto di maturità e innocenza” l’ha definito il regista, e certo la giovane attrice norvegese, classe 1994, attraversa il film esibendo una stupefazione continua, intonata all’ulcerata personalità del personaggio. Thelma è antimoderna, vergine, laconica, crede in Dio (o forse crede di credere in Dio), quindi diventa subito oggetto di ironie da pare degli scafati maschietti che la vedono come un’aliena. Solo Anja ne intuisce la sofferta profondità, luoghi oscuri della mente inclusi. S’intende che, nel crescendo minaccioso degli eventi, il ritorno a casa, dentro una sorta di psicoanalitica “scena primaria”, non potrà che scatenare la furia, altamente selettiva, della fanciulla.
Certo, si può vedere “Thelma” come accusa a una religione fanatica che comprime i desideri e devasta i sentimenti; di conseguenza come una redenzione libertaria e “miracolosa”, in ogni senso. Ma ho la sensazione che la Fede, croce e delizia di tanto cinema bergmaniano di conio protestante, sia un pretesto acuminato per rivelare la scoperta di sé da parte di questa ragazza soffocata dalla sobrietà familiare, dal senso del peccato, da un trauma rimosso.
Di sicuro un film allarmante, a suo modo incendiario (in omaggio a un romanzo di Stephen King espressamente citato), che spiega e non spiega, forse bluffando un po’, come si conviene al genere, ma senza barare. Girato in Cinemascope, dura 116 minuti e però non si guarda mai l’orologio. Fidatevi.

Michele Anselmi

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