DALL’ISLANDA UNA COMMEDIA MACABRA SULLA NATURA UMANA. SOTTO “L’ALBERO DEL VICINO” LA GUERRA È DICHIARATA

L’angolo di Michele Anselmi

Ai Mondiali di calcio gli italiani tifano per l’Islanda, così almeno pare. Chissà che non possano allargare la simpatia anche al cinema che viene dalla piccola isola del nord abitata solo da 335mila anime, la maggior parte delle quali nella capitale Reykjavik. Esce giovedì 28 giugno, distribuito dalla benemerita Satine Film di Claudia Bedogni, una bizzarra commedia nera, pure piuttosto macabra, che si intitola “L’albero del vicino”. Era nella sezione “Orizzonti” alla scorsa Mostra di Venezia, l’ha scritta e diretta un quarantenne barbuto e un po’ vikingo che si chiama Hafsteinn Gunnar Sigurösson.
Le liti di condominio, o meglio tra vicini di casa, sono un classico del cinema contemporaneo; talvolta, dispetto dopo dispetto, si arriva alla guerra aperta, come insegna anche uno sfortunato film di Marco Risi, forse da rivalutare: “L’ultimo Capodanno”. Ma qui siamo in Islanda, dopo tutto è meno colorito e colorato. Il sole appena tiepido è merce preziosa, sicché può capitare che un verdeggiante e maestoso albero piazzato in giardino diventi motivo di feroce disputa tra due famiglie a causa dell’ombra proiettata dove non dovrebbe.
“Perché ci comportiamo così?” è la domanda cruciale che echeggia a un certo punto della storia. E certo c’è poco da stare allegri. Perché l’aria che tira, mentre comincia a piovere in quell’estate pallida, non inclina a pensieri rasserenanti. Gli anziani Inga e Baldvin, l’albero della discordia sorge sul loro giardino, sono ai ferri corti con i vicini più giovani Konrad e Eybjorg, visti con un certo astio perché lui è divorziato dalla moglie e la nuova compagna quarantenne prova ad costo a restare incinta. Metteteci che l’incattivita Inga non s’è mai ripresa dalla scomparsa misterioso del figlio più grande (forse un suicidio); mentre l’altro, Atli, è appena stato scoperto dalla moglie Agnes mentre si masturba guardando al computer un video, girato prima del loro matrimonio, nel quale lo stesso Atli ci dà dentro con una ex fiamma oggi diventata avvocata.
“L’albero del vicino” intreccia i vari casi umani, in un crescendo di suspense scandito da cori solenni e fronde mosse dal vento, quasi a dirci che anche nella civile e biondissima Islanda, dove di sicuro non ci si pesta i piedi per l’affollamento, si agitano tensioni profonde e velenose, meschinerie diffuse e insinuanti.
Il film, grottesco e asprigno, forse leggermente misogino, addensa in una novantina di minuti segnali assai allarmanti, benché a tratti buffi: e non ci vuole molto a capire, in quel clima montante sospettoso, che la scomparsa momentanea di un gatto darà la stura a un sanguinoso showdown.
Inutile citare gli interpreti, perlopiù sconosciuti e dal nome impronunciabile, ma tutti bravi nel dare corpo ai loro personaggi borghesi, carrozzati Volvo e si direbbe in ostaggio sin dall’incipit di un rancore sottopelle e disfunzionale sempre a un passo dall’andare fuori controllo.

Michele Anselmi

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