Per salvare la Rai, che è un patrimonio pubblico, occorre dire addio alla lottizzazione

“Oggi la televisione è morta. Ho ricevuto un telegramma dall’ospizio: funerali domani. Distinti saluti”. Scriveva così Albert Camus nel romanzo Lo Straniero. Ho sostituito la parola mamma con televisione, per il resto sembra di assistere al balletto sulle nomine Rai. A breve la tv come l’abbiamo conosciuta non esisterà più. La sua fine è decretata dall’assenza di un progetto, mai espresso dai governi, interessati solo a perpetuare il loro dominio. Stando ai rumors pare che volino coltelli tra Lega e 5 Stelle. Assisteremo alla lottizzazione di sempre o al cambiamento auspicato a corrente alternata? A che servono centinaia di curricula inviati per il Cda senza una missione da seguire? Rai in rumeno vuol dire paradiso, in italiano direi piuttosto inferno, considerando che da decenni attendiamo la riforma. I politici sinora si sono solo impegnati a collocare i propri fidi, mai rivolgendo un pensiero ai contenuti. Anche oggi l’assillo sembra essere la spartizione dei Tg, anziché occuparsi di quanto va in onda, l’unica cosa che interessa il pubblico. Per non parlare di un vero piano aziendale che nessun governo ha mai varato, preferendo la melina. La Rai è l’azienda più assurda del mondo, la sola che si regge su un Cda formato da una maggioranza e da un’opposizione. Accade così che se il direttore generale propone una cosa, gli amministratori si dividono tra sostenitori e oppositori a seconda della casacca indossata. E’ come se in Fiat Marchionne proponesse l’auto elettrica e i consiglieri l’etanolo. Si è lasciata l’azienda deperire alla mercè di predatori esterni. I risultati sono palesi: un gigantismo con circa 13.000 dipendenti umiliati, molti dei quali costretti a timbrare il cartellino senza una reale occupazione. Le sole parti sane dell’azienda appaiono le Teche, gli apparati tecnologici, una parte delle sigle sindacali, qualche redazione indipendente e  RaiCinema, senza la quale film italiani non ne vedremmo quasi più. Gridano vendetta gli appalti esterni per mansioni che potrebbero essere svolte all’interno, come la maggior parte di produzioni private che divorano le risorse. Avendo la tv commerciale e quella pubblica obiettivi diversi, uno si aspetterebbe programmi e contenuti diversi. Invece sono diventati sempre più simili, al punto che non li distingui più. Se è così, perché pagare il canone? “Ho scoperto che con o contro la televisione, si possono vincere o perdere le elezioni”, diceva De Gasperi. E’ ancora vero? Pasolini considerava la tv il veicolo principe “per la diffusione della menzogna”. Leonardo Sciascia la definiva “l’oppio dei popoli”. Norberto Bobbio pensava che ne derivasse una società “naturaliter di destra”. Ascoltando Salvini a proposito dei Tg da espugnare, il rischio è che lo diventi ancora di più. Nessuno dei nuovi governanti si pone la domanda cosa significhi fare televisione. Sinora ha trionfato rivolgendosi agli spettatori in modalità easy: tranquillizzando e semplificando. Oggi non è più così, perché domina un altro trend: chiunque dice ciò che vuole in una gigantesca marmellata che amalgama e confonde. I nuovi consiglieri saranno consapevoli della mutazione? Sinora hanno dato prova di ignavia. Infatti milioni di spettatori, soprattutto giovani, sono emigrati altrove e 3 laureati su 4 non seguono più  la Rai. Bisognerà pur tenerne conto. Gli anziani guardano la televisione, i ragazzi navigano, le donne preferiscono i canali tematici, i giovanissimi i videogiochi. Se nessuno proverà a invertire la rotta, nel giro di un decennio la Rai non esisterà più, confermando il titolo di un mio libro, FiniRai. La tv oggi ha un grande competitor, il web. Gli amministratori ancora non se ne sono resi conto. La tv generalista ha perso gli spettatori perchè incapace di rinnovarsi. Senza tenerne conto è come voler scalare una montagna in sandali. Mentre nulla si sa di cosa pensi la Lega, i 5 Stelle tergiversano. Non vorrei imitassero la sinistra, che all’opposizione tuonava contro la Rai e al governo indossava i panni  del peggior lottizzatore. Non contano più  le idee di Beppe Grillo, che dalla Rai ha subito le più feroci censure? Nel 2014 la tacciò di essere “la maggiore responsabile del disastro politico ed economico di questo Paese. Dove c’è la televisione, non c’è la verità. Mai!”. Più di recente ha detto che “le trasmissioni fanno cagare, tranne le solite eccezioni. La RAI è in stato prefallimentare… merita di fallire”. La posizione del Movimento 5 Stelle è questa? Grillo è per rispedire al mittente il canone: “prendere il libretto senza strapparlo in mille pezzi (per la rabbia)… e spedirlo con raccomandata ricevuta ritorno all’indirizzo Ufficio Abbonamenti”. Roberto Fico, ora al Senato, quando era alla Vigilanza lo ha smentito, affermando che il canone va pagato. Grillo prevedeva la “vendita ad azionariato diffuso, con proprietà massima del 10%, di due canali televisivi pubblici” e un solo canale, senza pubblicità, indipendente dai partiti.  Un po’ stupisce che i 5 Stelle, maestri del web, non leghino il futuro dell’azienda  all’universo di Internet. Se arriveranno a guidare il Cda e non vorranno rotolare, ci dovranno pensare.

Roberto Faenza

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