RISVEGLIARSI “EROE PER CASO” PER AVER PERSO DUE GAMBE. ESCE “STRONGER”: UNA STORIA VERA TRA RETORICA E DIGNITÀ

L’angolo di Michele Anselmi 

Jake Gyllenhaal, classe 1980, ha dovuto ringiovanirsi di una decina d’anni per incarnare Jeff Bauman, il giovane proletario di Chelmsford che alle 14.49 del 15 aprile del 2013 perse entrambe le gambe, dalle ginocchia in giù, a causa del vile attentato terroristico di matrice islamista alla Maratona di Boston. E bisogna dire che gli riesce abbastanza bene. Dopo un’applaudita anteprima alla Festa di Roma 2017, esce il 4 luglio con 01 Distribution il film di David Gordon Green che ricostruisce il faticoso ritorno alla vita di quella sorta di “eroe per caso”. Già perché, sopravvissuto all’esplosione e ridotto sulla sedia a rotelle con due monconi al posto degli arti inferiori, Bauman diventò suo malgrado un simbolo americano, appunto “Boston Strong”, la forza di Boston, esibito come una Madonna pellegrina alle partite dei Red Sox e nelle commemorazioni.
“Sono un eroe solo perché ero lì e mi sono saltate le gambe?” si chiede Bauman, sopraffatto dalla retorica che fermenta attorno a lui, ma è una parola sottrarsi al carnevale mediatico, pure organizzato con le migliori intenzioni. E intanto l’uomo, alle prese con lo sconforto, l’umiliazione, i dolori della riabilitazione fisica in attesa di poter rimettersi in piedi sulle gambe artificiali, viene raccontato da “Stronger – Io sono più forte” secondo i canoni di un cinema americano che indaga sulle trappole del patriottismo e le strettoie dell’esistenza. In pratica: il dover essere e il voler essere.
Il film, desunto dal libro autobiografico scritto dallo stesso Bauman con Brett Witter (Piemme Edizioni, 18.50 euro), ha un andamento classico, tra momenti di disperazione e affondi toccanti, e naturalmente si vede spesso a occhi chiusi; perché il regista adotta una certa crudezza, specie nel filmare gli arti martoriati, così da far sentire lo spettatore immerso in quella condizione di penosa disabilità. Il reso lo fanno gli effetti speciali.
Se all’inizio, scoprendosi vivo, Bauman riesce perfino a ironizzare sulla propria condizione, atteggiandosi al mitico tenente Dan Taylor incarnato da Gary Sinise in “Forrest Gump”, poi tutto si complica. La madre alcolizzata lo esibisce come una medaglia annusando qualche vantaggio economico, gli amici lo coinvolgono in bevute e smargiassate cretine, e neanche l’amore generoso della fidanzata Erin, la quale mette da parte ogni orgoglio per dargli una mano nel tragico momento, sembra scuoterlo da un’apatia a un passo dal precipizio.
Prologo, caduta, disperazione, risalita, epilogo: “Stronger” maneggia le stazioni classiche di un film “based upon a true story”, come dicono gli americani, e naturalmente sui titoli di coda le fotografie dei veri protagonisti ci ricordano quanto siano stati accurati gli autori nel ricreare la vicenda.
Ci sono due scene cruciali, ad alto tasso simbolico e davvero ben recitate, in questo film che non si vede a cuor leggero: in una vediamo il principale di Bauman, preceduto da una nomea di gay, che sbriciola ad uno ad uno i pregiudizi di quella fetta di “working class” pronto a sbranarlo; in un’altra l’incontro decisivo di Bauman con il messicano, al quale la guerra ha portato via due figli, che quel 15 aprile lo salvò dall’emorragia stringendo la cinta attorno a uno dei due monconi. L’omosessuale e l’immigrato: insomma, avete capito.
Jake Gyllenhaal, attore cangiante e sempre fine, magari ogni tanto esagera un po’ nel restituire il carattere tra l’infantile e lo stoico di quel ventisettenne costretto a comportarsi di icona americana per compiacere famiglia e concittadini; di sicuro la più brava in campo è Tatiana Maslany, che incarna Erin, la fidanzata atletica, bella e coriacea, la “maratoneta” dalla quale tutto comincia per un atroce gioco del destino.

Michele Anselmi

(Nelle foto: Jake Gyllenhaal in una scena di “Stronger – Io sono più forte”; nel corpo del testo il vero Jeff Bauman)

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