L’albero del vicino. Dall’Islanda un inno alla pace

«Cos’è la guerra se non una disputa fra vicini, ma su scala molto più grande?» Non è una mela, questa volta, l’oggetto, biblico ed epico, della discordia, sempre causa di infauste conseguenze nei racconti antichi, a determinare i violenti litigi tra i condomini di un palazzo islandese, mostrati nella pellicola diretta dal giovane regista Sigurdoss, ambientata in una periferia, sconosciuta, silenziosa e animica, di Reykjavik, ma un albero, non potato e mal curato, che offusca i raggi di sole ed impedisce ad una donna di abbronzarsi, la bella Elena o Eva di turno.

Presentato nella sezione Orizzonti della 74ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, L’albero del vicino è candidato all’Oscar per il Miglior Film Straniero. Un thriller ben costruito, con una fotografia dai colori surreali alla Dalì e con musiche originali, curate dal compositore Daniel Bjarnason, ideate appositamente per creare suoni innovativi e non convenzionali.

Attraverso un’escalation di violenza, in un racconto filmico lentissimo, il giovane regista, classe 1978, considerato da Variety “uno dei dieci registi europei da tenere d’occhio” mostra la sua visione del mondo: dalle piccole dispute familiari per i drammi tradizionali dei tradimenti si può innescare, lentamente, attraverso un climax o vortice di violenza che raggiunge il suo apice nel tragico finale, una vera e propria guerra. Dal semplice “dispetuccio” tra condomini, quale l’uccisione degli amati animali domestici, come se fossimo in un film sulla mafia italo-americana, alla brutale e mortale lite del finale.

Il regista si è ispirato alle opere di Michael Haneke, Joachim Trier e David Lynch, ma il film si può anche relegare a quella filmografia antimilitarista e pacifista che, attraverso la visione di immagini violente, soprattutto concentrate nei finali, sono inni alla pace. Come non ricordare, allora, La grande illusione di Jean Renoir o il finale del nostrano La Grande guerra di Mario Monicelli? Del resto, come ha dichiarato il giovane regista: «Questa storia, una sorta di favola, può essere anche letta come una lotta fra due nazioni in conflitto, oppure tra gruppi etnici o religiosi, queste questioni credo possano avere molti punti in comuni con quelle che scaturiscono tra vicini di casa».

Alessandra Alfonsi

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