ADDIO A CARLO VANZINA, AVEVA 67 ANNI, ERA IL REGISTA DEI DUE. UOMO MITE, ARTISTA POP. GLI PIACEVA CITARE JULES RENARD

L’angolo Michele Anselmi 

Lo chiamavano, per sfotticchiarlo un po’, “Via col mento”, a causa della scucchia pronunciata. Ma lui non se la prendeva, del resto era uno dei più arguti, insieme al fratello Enrico, nell’escogitare nei dopocena a casa Lucherini soprannomi umoristici da affibbiare alla gente del cinema, in linea con il gusto satirico che era stato di papà Steno (al secolo Stefano Vanzina).
Carlo Vanzina se n’è andato oggi a 67 anni, ucciso da un tumore che negli ultimi mesi aveva finito col devastarne il corpo, già mingherlino, ma non la testa: rimasta spiritosa e aguzza. Ogni tanto, prima che la malattia lo stremasse, lo vedevo passeggiare a Villa Borghese, nei dintorni della Casa del cinema, col suo cagnolino: la zazzera beatlesiana di sempre, ormai ingrigita, il sorriso gentile appena velato da una pungente malinconia che straripava dai suoi occhi.
Ci fu un periodo, quand’ero giovane critico a “l’Unità”, nel quale anch’io ripetevo ai convegni, parafrasando per scherzo Croce: “Perché non posso non dirmi vanziniano”. Non è che mi piacessero davvero i loro film, a parte cinque o sei tra i quali il primo “Sapore di mare”, ma di sicuro, tra alti e bassi, exploit incontestabili e toppate clamorose, “vacanzinate” doc ed esperimenti noir e polizieschi, la formidabile coppia macina-miliardi sapeva stare al mondo. Spesso incurante delle mode, degli stili aggressivi, dei dibattiti culturali, perfino degli incassi, che pure era così cruciali nella loro prospettiva pop. Con gli anni, mi riferisco s’intende ai film non alle persone, i due fratelli erano diventati meno canaglieschi e parolacciari, a tratti più lirici, nostalgici, teneri, veltronianamente “buonisti”.
È possibile che Carlo ed Enrico siano migliori dei film che hanno fatto, eppure il loro cinema, anche il più tirato via, custodisce sempre un’osservazione acuta, uno sguardo pertinente su una certa volgarità diffusa, pure un distacco “aristocratico” sulla natura umana e le regole del successo. Lo stesso distacco che faceva dire a Carlo, citando il prediletto Jules Renard: «Quando le cose vanno bene, non bisogna spaventarsi, tanto passano». Già.

Detto questo, non sempre ci siamo capiti, professionalmente. Ricordo quella volta che pubblicai sulla prima pagina del “Secolo XIX”, era il 2015, una lettera aperta un po’ impertinente nella quale chiedevo ai due fratelli, non più detti “Vacanzina” e reduci da incassi poco soddisfacenti, se non fosse giunto anche per loro il momento di andare in pensione.
Era appena uscito il loro 56esimo film, “Torno indietro e cambio vita”, un mix tra “Ritorno al futuro” e “Sliding Doors”, anche se loro preferivano scomodare un racconto di Asimov, “E se…”. Scrivevo in quell’occasione: «Cari fratelli Vanzina, non ci piove: siete cineasti spiritosi, gentili, con buoni studi francesi, possedete il gusto per l’epigramma colto/birichino o per l’affondo greve/dialettale. Splendidi sessantenni. Certo, portate tagli di capelli fuori dal tempo: per questo, forse, vi piace tanto andare a spasso nel tempo, cinematograficamente parlando. […] Ora, però, qualcosa sembra essersi rotto nel rapporto, a lungo fidelizzato, col pubblico. La colpa non va ascritta ai critici “forforosi che predicano bene e razzolano male”, parole vostre; e se è vero che siete un riferimento costante quando si parla di costume, non è vero che il vostro cinema “oscilla tra il capolavoro e la merda” nella considerazione dei recensori. Vi piace fare un po’ le vittime, sin dagli anni Ottanta la critica, specie a sinistra, vi tratta coi guanti bianchi, riconoscendo ai vostri film, anche ai più scalcinati o frettolosi, una certa grintaccia socio-antropologica, insomma la capacità di cogliere sapori, mode e tic dell’Italia cafona».

Pensavo davvero che il cinema dei Vanzina facesse fatica ormai a stare in sintonia – per stile, respiro, moduli di racconto, personaggi e situazioni – con i gusti del pubblico. I ventenni snobbavano, i trenta-quarantenni cercavano altro, i cinquantenni sono comunque poco inclini ai loffi struggimenti nostalgici. Consigliavo loro, da amico/nemico, di dimenticate “La Capannina” e Cortina, i Duran Duran e la Vespa, le finte bionde e i Parioli.
La replica firmata da Carlo ed Enrico fu caustica, anche un po’ piccata. Vi si leggeva: «Caro Michele, da anni voi critici non digerite il nostro successo. Se fosse stato per voi ci avreste rottamati fin dal primo film con Pozzetto nel 1976. In pensione a 25 anni… Ora, con grande rispetto per la libertà di espressione, tu te la prendi addirittura con le nostre origini parioline, con il taglio di capelli fuori moda (il tuo pizzetto invece è molto moderno?), con gli studi in un liceo francese. Forse tu avresti preferito un liceo sovietico, visto che scrivevi su “l’Unità”. […] . E visto che ci dai dei consigli, ne diamo anche noi uno a te: manda un avviso di rottamazione a Carlo Verdone, a Martin Scorsese, a Woody Allen, a Clint Eastwood, a Nanni Moretti. Sono tutti over 60, è ora di mandarli in pensione. Vedrai che ti ascolteranno».
Recupero questo carteggio pubblico non per fatto personale, ci mancherebbe di fronte alla morte di un cineasta comunque importante, prolifico e ben rappresentativo di una certa epoca; lo faccio perché a volte mi pento di aver scritto quella lettera aperta, forse un po’ ingiusta e umorale.

Corteggiati dai produttori quando non sbagliavano un colpo, stroncati sbrigativamente da quelli che i due definivano “gli intelligentoni di sinistra”, rivalutati a corrente alternata, i Vanzina incarnano ancora oggi, dopo una sessantina di film e alcune serie tv, un’idea di cinema medio, popolare, di svelto consumo, che ispira spesso simpatia. Al pari di quel sottotesto malinconico, come di chi voglia sottrarsi alle sirene impazzite del mondo. Può tornare utile, in materia, un aforisma di Leo Longanesi evocato da Enrico Vanzina in una pagina di “Le finte bionde” poi diventato anche un film. «In Italia non esiste più la tristezza. La gente, tutt’al più, si concede un po’ di malumore». Ecco, Carlo Vanzina, nato il 13 marzo 1951 e morto l’8 luglio 2018, non lo faceva.

Michele Anselmi

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