JURASSIC WORLD – IL REGNO DISTRUTTO. LA SAGA INFINITA DI SPIELBERG SI APRE AL POST-APOCALITTICO

Si espande ancora la saga giurassica di cui Steven Spielberg detiene la paternità e, un po’ come accade a quella di George Lucas, Jurassic World – Il regno distrutto, co-sceneggiato dal Trevorrow del precedente capitolo, viene nuovamente affidata nelle mani di un cineasta pregevole e dal piglio indie, Juan Antonio Bayona (The Orphanage, The Impossible, Sette minuti dopo la mezzanotte).

Se l’impianto narrativo nelle sue premesse si basa pigramente sulle stesse idee di Jurassic Park – Il mondo perduto – in cui si innescavano dinamiche conflittuali fra catture e salvataggi delle bestie, gettate in balia di avidi e facoltosi speculatori – qua J.A. Bayona riesce con grande dinamismo a mettere in scena la clausura e l’orrore vissuti da una specie sempre più in pericolo e allo sbaraglio. E ha successo, unendo sapientemente tratti horror e pseudo-apocalittici, specie nell’ispirato e claustrofobico secondo atto che ha luogo all’interno di un vero e proprio maniero, molto gotico nella sua rappresentazione.

Le meraviglie orrorifiche della clonazione qui non sembrano conoscere più limiti, così come il mondo animale ritratto in CGI. A differenza di Jurassic World, passano decisamente in secondo piano le avventure e contrattempi di Claire e Owen – torna logicamente il duo Dallas Howard-Pratt, ma è poco in forma e dinamico. A rubare la scena infatti, come è giusto che sia, sono dei dinosauri che ormai, sin dal precedente Jurassic World, non solo hanno un’identità e una caratterizzazione precisa, ma addirittura, nel caso del velociraptor addestrato da Pratt, possiedono un nome. Gli scenari che si aprono infine in questo spassoso volume, seppur a tratti fallace, lungo e condito di personaggi inutili, sono un’evidente premessa per la partita finale che si giocherà nel terzo capitolo del fortunato franchise… Del quale tuttavia non ci è dato di sapere quali possano essere i possibili sviluppi, visto che sembra essere stato raccontato tutto il raccontabile.

Furio Spinosi

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