IL CIELO SOPRA BUDAPEST (E ORBÁN) PROMETTE SOLO DOLORI. IN “UNA LUNA CHIAMATA EUROPA” IL PROFUGO SIRIANO VOLA

L’angolo di Michele Anselmi 

Il cielo sopra Budapest non promette nulla di buono. Esce nelle sale il 12 luglio “Una luna chiamata Europa”, che andò in concorso al festival di Cannes nel 2017 e Movie Inspired distribuisce ora forse puntando sul tema scottante. Si parla infatti di immigrati e di profughi, di retate poliziesche e campi di detenzione; di sicuro il premier magiaro Viktor Orbán ha idee piuttosto chiare in materia, peraltro condivise calorosamente da politici italiani come Matteo Salvini e Giorgia Meloni: per la serie “Tolleranza zero”.
Il regista ungherese Kornél Mundruczó parte da lì per imbastire una storia in bilico tra apologo morale e fantascienza contemporanea, s’intende con l’intenzione di denunciare quanto sta accadendo nel suo Paese: descritto come uno Stato di Polizia nel quale i diritti civili sono stati in buona misura annullati dalla svolta “sovranista”, mentre la corruzione dilaga e “Blade Runner” avanza. Ma dubito che “Una luna chiamata Europa” possa dare qualche pensiero agli attuali governanti ungheresi.
Il titolo italiano,non particolarmente appetitoso, viene spiegato così dal regista: “Una delle lune del pianeta Giove, scoperte da Galileo, si chiama Europa. Per me era importante considerare questo film come una storia radicata in un’Europa in crisi, inclusa l’Ungheria”. Vabbè.
Un disperato gruppo di immigrati provenienti dalla Siria prova a varcare illegalmente la frontiera ungherese. Alcuni muoiono annegati nel fiume, altri sono catturati. Il giovane Aryan Dashni, bloccato dal capo dei cattivi, mette la mano nel posto sbagliato e quello gli spara tre colpi di pistola nel petto. Ma il cadavere non si trova. Come per miracolo, il profugo riprende vita e comincia a levitare, insomma si alza da terra e vola per qualche minuto su quelle disgrazie. Lo ritroviamo in un lager per rifugiati nel quale fa affari un dottore ubriacone, Gabor Stern, che uccise per errore in ospedale un ragazzino-atleta e ora ha bisogno di tanti soldi per non essere cacciato dalla corporazione. Chi meglio di Aryan, un po’ angelo inconsapevole un po’ fenomeno da baraccone, può aiutarlo ad arricchirsi in fretta mostrando quello che sa fare per aria?
“Un luna chiamata Europa” sfodera uno stile nevrotico e ipercinetico, fatto di inseguimenti gasati, sparatorie inutili, con camera a mano puntata sulle nuche dei personaggi, perlopiù sudaticci o affamati di sesso, a darci un senso di rischiosa concitazione, mentre la tavolozza dei colori punta sull’arancione. Si parla spesso di Dio, derubricato a “la migliore invenzione dell’uomo”. Echeggiano frasi del tipo: “Non esiste un posto indenne dai tormenti della Storia”. E naturalmente il potere miracoloso dello “straniero” viene spiegato così: “Abbiamo tutti dimenticato di alzare lo sguardo. Tu sei qui per ricordarcelo”. Aryan, dunque, come un salvatore musulmano che scuote, volando sopra Budapest, l’indifferenza degli ungheresi (quindi degli europei tutti) e provoca la redenzione del dottore corrotto. Non che gli immigrati siano tutti buoni e pacifici, nel gruppo c’è anche un terrorista islamista pronto a far scoppiare una bomba sulla metropolitana, facendo un massacro.
Francamente “Una luna chiamata Europa” non mi pare una riuscita, ma troverà forse degli estimatori. Certo lo sguardo è “distopico”, come s’usa dire oggi, e magari c’è poco da stare allegri nell’Ungheria di Orbán raffigurata come a un passo dal nazismo. I due uomini in fuga sono incarnati da Merab Ninidze (il dottore) e Zsombor Jéger (il siriano). Se lo trovate in versione originale coi sottotitoli è meglio, il doppiaggio italiano è una follia.

Michele Anselmi

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