Sarà così Roma nel 2030?

Roma 2030. Non è il titolo di un film, ma di un rapporto su come potrebbe essere Roma tra vent’anni, curato dall’instancabile sociologo Domenico De Masi, affiancato da un pool di firme prestigiose, da Giancarlo De Cataldo a Marco D’Eramo a Enrico Giovannini e molti altri. 246 pagine che prefigurano il futuro della capitale. Roma, scriveva Cavour nell’800, “è una città la cui importanza si estende infinitamente al di là del suo territorio”. Oggi gli fa eco lo scrittore Nicola La Gioia, per il quale “non c’è New York, Parigi, Berlino che tengano”. Ci saranno ancora le buche nel 2030? E la spazzatura per la strada? E la metropolitana che funziona a tratti? E il traffico impazzito? Soprattutto ci saranno ancora i cittadini che imbrattano, parcheggiano in doppia fila e poi si lamentano del sindaco di turno? La metafora più appropriata per la città eterna viene da un libro dello storico Jacques Le Goff sul purgatorio, condizione permanente di Roma, a metà tra l’inferno e il paradiso. Già Goethe nel 1786 rimase colpito dal popolo che pur vivendo “in mezzo alla magnificenza” si comporta come “nelle caverne e nelle selve”. Trent’anni dopo Stendhal stenderà un ritratto ancora più impietoso. Al teatro Argentina annota che il soffitto cade a pezzi, esempio di “bruttezza e sciatteria”. Poi se la prende con la Chiesa, che “rigurgita della peggior canaglia”. Quanto alla città lo colpisce “il sudiciume incredibile delle strade, con la puzza di broccoli che finisce per darmi la nausea”. E i cittadini? “Selvaggi abbruttiti”, la cui sola ambizione “è essere cugini di un lacchè del papa o del cardinal-ministro”.

Giulio Carlo Argan, storico dell’arte e primo sindaco non democristiano di Roma dal 1976 al 1979, diceva con amarezza che “Roma è in decadenza da sempre, o quasi: sono quasi duemila anni che vive nel ricordo e nel rimpianto del suo passato. Però, fino alla presa di possesso da parte della borghesia capitalista, Roma ha saputo decadere con dignità e perfino con stile. Non conosco una città che sappia peggiorare meglio di Roma”. Qualcuno dirà che oggi non è poi così diversa. Ma come sarà nel 2030 secondo il rapporto? Intanto, a dispetto di Matteo Salvini, Roma resterà “una città accogliente”, lontana da “fenomeni di ghettizzazione”. Gli immigrati continueranno a essere portatori di aiuto per incombenze che i romani non sanno più affrontare, supplendo “all’invecchiamento della popolazione”. Dunque ben vengano. “La paura più forte sarà quella della povertà, che prenderà il posto dell’attuale paura dello straniero”. Tra vent’anni l’offerta culturale continuerà a crescere. Non così si potrà dire della ricerca scientifica e tecnologica. E neppure “dei 44 atenei presenti nella capitale”. Sottofinanziati, continueranno ad assistere impotenti alla fuga dei giovani e dei cervelli migliori. “Punti di debolezza” saranno una classe politica “inadeguata”, “la speculazione fondiaria”, “l’inefficienza burocratica”, “la cattiva manutenzione urbana”. Di contro, ci saranno almeno dieci “punti di forza”. Tra questi la crescita del turismo, il clima, la generosità del volontariato e del terzo settore, la qualità della vita, la ricchezza del patrimonio storico e artistico. Infine “un tessuto economico variegato”. Senza contare la presenza del Vaticano, “un plus che nessuna altra città italiana potrà vantare”. Ma di fronte al crescere di altre metropoli europee “come Berlino, Francoforte, Londra, Madrid, Parigi”, Roma si troverà schiacciata da una maggiore efficienza. E dovrà guardarsi da Istanbul “per l’atout di essere la porta di accesso privilegiata a tutto il Medio Oriente e all’Asia centrale”. Sicuramente “sarà tagliata fuori dalla competizione con le smart city dell’epoca globale, quali Bombay, Hong Kong, Los Angeles, New York, Pechino, Shangai, Tokyo”.

Nel 2025 ci sarà un altro Giubileo, che porterà nuova linfa e ricchezza alla capitale. Ci sarà ancora papa Bergoglio? Il rapporto stima che nel 2030 assisteremo al “crollo degli investimenti pubblici da parte della Regione e dello Stato”, come pure all’assenza di una realtà industriale, con conseguente “polarizzazione della ricchezza, ulteriore erosione del ceto medio e ulteriore desertificazione abitativa del centro storico”. Il futuro si presenterà “come una lunga stagnazione” e “la situazione economica di Roma peggiorerà ulteriormente”, causa un ulteriore “trasferimento verso Milano delle banche e delle grandi imprese”. La capitale però cercherà di opporsi al declino e “investirà per rimodernarsi”. Soprattutto, non potendo mirare all’alto, giocherà la carta di “una forte resilienza povera, ovvero una capacità silenziosa di adattamento verso il basso”. Sempre meglio adeguarsi che soccombere. “Spazi abbandonati come siti industriali e scali ferroviari” verranno riqualificati, costituendo materia per nuovi insediamenti urbani a beneficio delle periferie. Crescerà una nuova economia, basata “sulla conoscenza e sul continuo progresso del sapere”. Insomma nel 2030 la vita a Roma non sarà così male. Al rapporto forse manca un particolare: siamo noi che ci viviamo a fare la differenza. Invece di lamentarci, magari con un po’ più d’amore per la città i dati degli esperti potranno migliorare. Anche di molto. Diamoci da fare.

Roberto Faenza

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