VENEZIA 2018 VA SUL LUNGO: MOLTI FILM ATTORNO ALLE TRE ORE. PER BARBERA TUTTI “STRAORDINARI, SORPRENDENTI”. SPERIAMO

L’angolo di Michele Anselmi

Non c’è stato nulla da fare: anche quest’anno Alberto Barbera, direttore della Mostra del cinema di Venezia, ha voluto presentare ad uno ad uno i circa 70 film che compongono il menù della 75ª edizione (29 agosto-8 settembre). Non si capisce bene perché lo faccia, lo stillicidio è letale sul piano della comunicazione; o forse sì: dopo due ore i giornalisti arrivano estenuati all’ora di pranzo, molti se ne vanno pure prima, e le domande, un tempo aguzze o polemiche, si stemperano in una quieta routine. Aggiungete che pure il presidente della Biennale, Paolo Baratta, ha tirato per le lunghe una fumosa riflessione storica sulle edizioni mancanti, tra “damnatio memoriae” e “dimenticanze”: sono infatti 75 le Mostre del cinema dal 1932 a oggi ma 87 gli anni, e quindi ne mancano una dozzina.
Oddio, ha optato per il lungo anche la Mostra in questione, nel senso che molti dei titoli annunciati, tra concorso, fuori concorso e Orizzonti, durano attorno alle tre ore, se non di più. Ma Barbera giura che non sono noiosi o faticosi. Bisogna credergli, anche se, personalmente, mi perderò volentieri la versione uncut di “The Tree of Life” di Terrence Malick, sì il film del 2011, che passa dai 138 minuti originali a circa 180.
Ciò detto, la 75ª Mostra presentata stamattina in una multisala a un passo da piazza Esedra, a Roma, appare, sulla carta, appetitosa. Anzi “ricca e curiosa, con tanti film di genere che sono anche d’autore”, per usare le parole di Barbera. Il quale promette western, storie vere del passato e del presente, musical, polizieschi, horror, biografie, eccetera. Tutti “straordinari, stupefacenti, riuscitissimi, incredibili”; e s’intende con uno sguardo posato sull’oggi anche quando si parla di ieri. È il caso del documentario “1938 – Diversi” di Giorgio Treves, dove il racconto delle “leggi razziali” imposte dal fascismo evoca “echi del presente che vorremmo appartenessero al passato” (Barbera non cita Salvini ma il riferimento è chiaro).
Come dal sottoscritto in buona misura annunciato, sono tre i film italiani in gara: “Capri – Revolution” di Mario Martone, “What You Gonna Do When the World’s On Fire” di Roberto Minervini e “Suspiria” (remake) di Luca Guadagnino, gli ultimi due dei quali girati in inglese e ambientati rispettivamente in Louisiana e in Germania. Ma il tricolore è spalmato, pure ragionevolmente, su tutto il programma della Mostra, per un totale di 25 titoli. Eccone alcuni: “Sulla mia pelle” di Alessio Cremonini sul “caso Cucchi”, che apre Orizzonti; “Una storia senza nome” di Roberto Andò, fuori concorso; “Il banchiere anarchico” di Giulio Base, nella nuova sezione Sconfini; “Les estivants” (cioè “Le villeggianti”) di Valeria Bruni Tedeschi, sempre fuori concorso; “Un giro all’improvviso” di Ciro D’Emilio, ancora in Orizzonti; due puntate della serie “L’amica geniale” di Saverio Costanzo, tratta dai best seller di Elena Ferrante, a mo’ di proiezione speciale.
Ma naturalmente ci vogliono gli americani, insomma i big e le star, per animare qualsiasi festival internazionale, e bisogna riconoscere che la Mostra ha saputo negli anni stringere rapporti solidi, di mutuo interesse, con Hollywood e la cine-galassia statunitense. Non a caso sarà, ma già si sapeva, “First Man” di Damien Chazelle ad aprire le danze il 29; e stavolta non si balla sulla terra come in “La La Land” ma si vola sulla Luna sempre con Ryan Gosling per il cinquantennale della grande impresa. Altri film tra i 21 del concorso? Il western a episodi “The Ballad of Buster Scruggs” dei fratelli Coen, il western europeo “The Sisters Brothers” di Jacques Audiard, il drammatico “22 July” di Paul Greengrass che ricostruisce il sanguinoso massacro di Utoya del 2011, l’autobiografico in bianco e nero “Roma” di Alfonso Cuarón, il visionario “At Eternity’s Gate” di Julian Schnabel con Willem Dafoe nei panni di Vincent Van Gogh. Ma ci sono nomi di rilievo anche altrove: dal redivivo Zhang Yimou all’immancabile Amos Gitai, e poi Pablo Trapero, Bradley Cooper (con Lady Gaga), Errol Morris, Frederick Wiseman, Amir Naderi, eccetera.
A differenza di Cannes, sul tema decisamente con la puzza sotto il naso, Venezia accoglie con piacere film prodotti da Netflix e Amazon, anche se destinati a non uscire nelle sale. Spiega Barbera. “Non si può ignorare che buona parte del cinema d’autore è prodotto da questi soggetti. Che dovrei fare? Non prendere i film di Scorsese, Cuarón, Greengrass o dei Coen perché sono targati Netflix?”. Difficile dargli torto. E a chi gli chiede se manca qualcosa di grosso all’appello, il direttore risponde: “Il nuovo film di Harmony Korine. L’abbiamo visto, è divertente, fantastico. Ma esce troppo in là negli Usa, a marzo 2019, i produttori hanno preferito non mostrarlo così presto”. Trattasi di “The Beach Bum”, con Matthew McConaughey nei panni di un survoltato fuorilegge “tossico”. Non sarebbe proprio pronto, invece, “Il peccato”, il molto annunciato film sulla vita di Michelangelo girato in Italia dal russo Andrej Končalovskij. Capita.
PS. Nella fotografia il nuovo manifesto realizzato da Lorenzo Mattotti.

Michele Anselmi

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