Oltre le nomine esiste anche un progetto?

L’ultima volta che ho avuto l’onore di incontrare Indro Montanelli è stato a pranzo con Marcello Mastroianni, in occasione dell’uscita del nostro film “Sostiene Pereira”. A un certo punto Montanelli si mise a parlare della Rai. Diceva che i suoi dirigenti andrebbero condannati non per ciò che fanno ma per quanto non fanno. Secondo lui il problema dell’azienda era la mancanza di un progetto. Sono passati vent’anni e l’orologio sembra essersi fermato. Nel tempo si sono succeduti amministratori d’ogni tipo, ma è sempre mancata una visione, una ragione di essere, che non sia la spartizione del potere. Anche oggi, completato il nuovo Cda, si è parlato di lottizzazione. Non potrebbe essere altrimenti. La legge impone alle forze politiche di fare le nomine. Il nuovo ad, Fabrizio Salini, appare persona competente e leggendo il curriculum del nuovo presidente, Marcello Foa, sembra essere di fronte a una personalità di cultura non provinciale. Ma il progetto? Qualcuno è in grado di dire per quale compito sono stati designati? Le forze politiche che li hanno scelti hanno mai espresso un disegno per traghettare la Rai dal regno dell’analogico al mondo digitale dominato da Internet? Poco si sa degli altri consiglieri, eccetto uno, votato dai dipendenti dell’azienda, Riccardo Laganà, già a capo dell’agguerrito movimento IndigneRai, di cui Il Fatto ha pubblicato un’interessante intervista. Al momento è il solo che ha espresso pubblicamente una visione del futuro. Visto che latitano i progetti, siamo in grado di citarne uno, elaborato alla Sapienza da una docente, Mihaela Gavrila, che si era candidata a consigliere, senza essere stata eletta e neppure consultata. Grave errore delle procedure di designazione, che avrebbero dovuto essere sottoposte al vaglio pubblico, come è stato per i vertici della BBC. Vediamo i punti salienti del progetto. Il primo drammatico dato è che i circa 13.000 dipendenti sono un peso insopportabile per un’azienda che dovrebbe essere agile e snella. Non potendo licenziare, occorrerà provvedere a riqualificare migliaia di lavoratori le cui mansioni, alla luce delle nuove tecnologie, sono divenute obsolete. Altrettanto urgente è la riforma dei contenuti. Agli spettatori non interessano gli amministratori, interessano i programmi. Qui siamo all’anno zero. Intrattenimento e varietà rimasti immobili da decenni. Telegiornali asserviti ai partiti di turno. Ottimi giornalisti mortificati perché non allineati. Migliaia di appalti esterni a ditte private, che potrebbero essere svolti all’interno dell’azienda. Si salvano le Teche, il cui patrimonio è inestimabile, dirette da un’abile direttrice anche scrittrice, Maria Pia Ammirati. Si salva il comparto cinematografico, diretto da chi ha dato prova di indipendenza, Paolo Del Brocco, cui si deve la sopravvivenza del cinema italiano. Non si può dire lo stesso del comparto fiction, dove l’eredità dei vari Saccà e Del Noce si fa sentire nella spartizione di centinaia di milioni tra un pugno di società, sempre le stesse. Come potremo competere con Netflix e Amazon, se non siamo capaci di immaginare contenuti al passo con i tempi? Qualcosa si muove, è vero, ma è una inezia a confronto del coraggio prodotto oltre oceano. Sinora la Rai ha dato prova di ignavia. Infatti milioni di spettatori, soprattutto giovani, sono emigrati altrove e 3 laureati su 4 non la seguono più. Bisognerà pur tenerne conto. Gli anziani guardano la tv, i giovani navigano, le donne preferiscono i canali tematici, i ragazzini i videogiochi. Se nessuno proverà a invertire la rotta, nel giro di un decennio questa azienda non esisterà più. La tv oggi ha un grande competitor, il web. Gli amministratori ancora non se ne sono resi conto. La tv generalista ha perso gli spettatori perchè incapace di rinnovarsi. Senza tenerne conto, è come voler scalare una montagna con ai piedi i sandali. Scrive la docente della Sapienza che per salvare la Rai bisognerà “garantire l’infodiversità, l’innovazione e l’Ecologia sociale, anziché l’Ego/logia ”. Ne saranno capaci i nuovi amministratori o resteranno parole al vento?

Roberto Faenza

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