ARRIVA “DON’T WORRY”. GUS VAN SANT RACCONTA JOHN CALLAHAN. IL QUADRIPLEGICO CHE FECE DELLA SATIRA SCORRETTA UNA CURA

L’angolo di Michele Anselmi 

A Gus Van Sant le biografie riescono bene. Così, dopo quella sul militante omosessuale Harvey Milk interpretata da Sean Penn, ecco la vita di John Callahan, vignettista satirico, scrittore e cantautore quadriplegico che Joaquin Phoenix, secondo una certa tradizione americana, restituisce con un’immersione completa nel personaggio disabile. Il titolo italiano del film, in uscita mercoledì 29 agosto con Adler Entertainment, suona “Don’t Worry”, e va bene; solo che manca il resto della frase, che nella versione originale prosegue così, in linea con l’estro sulfureo di Callahan: “He Won’t Get Far On Foot”, cioè “non andrà troppo lontano a piedi”. Trattandosi di un giovanotto quasi del tutto paralizzato…
Abbastanza sconosciuto in Italia, o quasi, ma apprezzato/odiato in patria per le sue vignette politicamente scorrettissime, molte delle quali apparse sul giornale di Portland “Willamette Week”, John Callahan morì nel 2010 a 59 anni, 38 dei quali passati su una sedia a rotelle da lui pilotata come fosse una Formula 1. Il film, racchiuso in una sorta di lungo flashback, a prima vista è di quelli classici sulla faticosa riscossa di un uomo dopo una sventura che schianterebbe chiunque; ma, strada facendo, “Dont’Worry” diventa anche qualcos’altro, e cioè una ballata sulfurea, irriverente, dai risvolti squisitamente politici (buona parte della storia è ambientata sotto gli anni di Reagan presidente) e tuttavia sempre toccata, anche nei dettagli più scabrosi o sgradevoli, da un palpito gentile, non piagnone o retorico.
Campione degli eccessi alcolici, tossici, verbali e sessuali, insomma un perdigiorno con camicia hawaiana e i capelli color carota, Callahan di colpo, in seguito a una notte di stravizi finita con un pauroso incidente d’auto cagionato da un amico più schizzato di lui, si ritrovò azzerato, appunto quadriplegico, paralizzato quasi totalmente. Scartata l’idea del suicidio, che pure l’accarezzò, Callahan decise alla sua maniera esagerata di scacciare la depressione, anche di liberarsi dalla dipendenza dall’alcol, e di provare a vivere accettando quella condizione. Recuperato in minima parte l’uso delle mani, quel tanto necessario a disegnare le sue vignette sboccate e salaci, ricolme di humour nero ma anche di una strana pietas, trovò pure una fidanzata di origine svedese che faceva l’hostess.
“Ho mandato a puttane la mia vita molto prima di conoscerti” confessa Callahan alla ragazza che poi l’amerà, interpretata da Rooney; e intanto, in un crescendo di episodi buffi o tristissimi, il film mostra lo strano mondo di “flippati”, visionari e viziosi nel quale lo sventurato riuscì a sentirsi per la prima a volta a casa.
Joaquin Phoenix è naturalmente bravo nel restituire la complessa personalità di Callahan, anche se magari non risulta proprio credibile come 21enne all’inizio della storia. Forse il più bravo in campo è Jonah Hill. Confesso di non averlo riconosciuto nella prima scena in cui appare. Capelli lunghi biondi con la riga in mezzo, barba fluente, una giacca scamosciata, aria svagata, voce soave e rallentata, 25 chili in meno dell’ultimo film. Fa il ricco e omosessuale Donny, l’uomo che ha fondato un curioso gruppo di autocoscienza a sfondo religioso per aiutare gli alcolisti a uscire dalla dipendenza. Una prova straordinaria, per finezza, ambiguità vocale e corporea.
Non molto prima di morire, Callahan dichiarò: “L’ironia è l’arma principale che abbiamo contro l’orrore. Grazie ad essa possiamo combattere la morte”. Non so se sia proprio vero, ma suona bene.

Michele Anselmi

(Nelle foto: Joaquim Phoenix in una scena del film, il vero John Callahan).

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