MA CREDEVATE DAVVERO CHE SALVINI VENISSE ALLA MOSTRA? CURIOSO: DI NUOVO DUE FILM ITALIANI SU TRE SONO IN INGLESE

La Mostra di Michele Anselmi per Cinemonitor (1)

Ma chi poteva davvero pensare che Matteo Salvini, con tutto quello che ha da fare nel dar la caccia ai migranti, tra dirette Facebook, incontri con l’amico Viktor Orbán e twitter al vetriolo, venisse alla 75ª Mostra del cinema per farsi vedere accanto al ministro ai Beni culturali, Alberto Bonisoli, peraltro nemmeno del suo partito? Infatti non verrà. Anzi, per la precisione: sarà a Venezia il 30 agosto per firmare un protocollo insieme al governatore leghista Luca Zaia, ma di certo non metterà piede al Lido. Forse l’unico posto in Italia, ma proprio l’unico, dove oggi beccherebbe dei fischi. Infatti a “Libero” già pregustavano la scena e il titolone di prima pagina. Non ci sarà nemmeno il presidente Sergio Mattarella il 29 sera, per l’inaugurazione affidata al filmone americano “First Man” di Damien Chazelle, ma questo già si sapeva: un atto di rispetto nei confronti delle vittime provocate dalla rottura del ponte di Genova.
L’aria che tira al Lido è la solita. I falegnami stanno finendo di montare arredi e scenografie; i cronisti cercano qualcuno da intervistare, incerti tra Michele Riondino, che farà da “madrino” (o “padrino”?) alla cerimonia ripresa dalla Rai, e Vanessa Redgrave, che nella stesso contesto festoso prenderà il Leone alla carriera; i critici affamati provano a vedere sin da stasera i film che potranno vedere tranquillamente domani.
Vedrete che anche la polemica sul presunto “maschilismo tossico” della Mostra, a causa della presenza di un solo titolo in gara diretto da una donna, si sgonfierà presto. Sul tema, alimentato da un articolo di “Hollywood Reporter”, il direttore Alberto Barbera ha risposta con una sdegnata intervista su “la Repubblica”, nella quale sostanzialmente ha ribadito quanto aveva già detto un mesetto fa presentando il menù: “Il nostro lavoro è cercare di scegliere i film migliori, indipendentemente dal genere dei registi, dal cast che hanno o dalla casa di produzione. Nell’arte le quote rosa non hanno senso, come invece è giusto, ad esempio, in politica”. Semmai Barbera, magari pur concordando sul concetto, avrebbe fatto meglio a non usare le stesse identiche parole del presidente Baratta sul Sessantotto: secondo entrambi, infatti, a Venezia la contestazione durò dieci anni mentre altrove, cioè a Cannes, si esaurì in poche settimane.
Certo è che, al solito, si respira una certa attesa sull’esito dei tre film italiani in concorso, come l’anno scorso all’insegna di una fertile varietà di temi e stili. Anche se ci si chiede perché mai di nuovo due film su tre debbano essere parlati in inglese, ovvero il remake di “Suspiria” di Luca Guadagnino e “What You Gonna Do When The World Is On Fire “ di Roberto Minervini, e il terzo, “Capri-Revolution” di Mario Martone, per ampie parti in tedesco e francese.
Di sicuro un caso. E magari è giusto guardare a una dimensione più internazionale e meno angusta del mercato. Tuttavia l’esperienza insegna che raramente un film italiano diventa più esportabile se girato in inglese con attori anglosassoni. Chi ricorda più “Ella & John. The Leisure Seeker” di Paolo Virzì, un anno fa in competizione proprio qui al Lido?
Non che manchino i film tricolori qui alla Mostra, spalmati nelle diverse sezioni, com’è giusto che sia se li si giudica belli; ma si ha la sensazione che, almeno per quanto riguarda l’ambito Leone d’oro, il nostro cinema ormai fatichi un po’ ad essere premiato quando racconta l’Italia contemporanea. Del resto, non per riattizzare un’antica polemica comprovata dai fatti, ricordiamoci sempre che a Venezia i nostri film vincono il massimo premio solo in presenza di un presidente di giuria italiano, senza eccezioni. Quest’anno dirige il traffico l’oscarizzato Guillermo Del Toro, che è messicano, e naturalmente c’è chi sospetta che l’amicizia con il conterraneo Alfonso Cuarón, in concorso con “Roma”, potrebbe alterare il suo giudizio. Cattiverie della vigilia.

Michele Anselmi

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