Hereditary – Le radici del male, nuovo classico dell’horror paranoico

Il genere horror, nel tempo e con l’alternarsi delle stagioni, si è evoluto, rapido e mutevole, facendo i conti con una critica che lo ha sempre tenuto d’occhio, osservandolo dall’alto in basso, ghettizzandolo in festival ad hoc rivolti a specifici estimatori. E tuttavia il paesaggio continua a modificarsi e l’anno in cui Scappa – Get Out si guadagna il red carpet potrebbe accelerare la rivelazione di un giovane cineasta di talento: Ari Aster. Hereditary – Le radici del male, il suo primo film, sovverte il mondo reale in un racconto che non affonda le proprie radici nella paura di uno spauracchio o di un mostro, ma nella capacità di trasformare quello che potrebbe essere un dramma comune in un incubo ad occhi aperti, un’inesorabile discesa agli inferi attraversata da visioni terrificanti. In un limbo di frigidità emozionale, i membri di un nucleo familiare che condivide lo stesso tetto non riescono a liberarsi dai propri risentimenti, faticano a creare un legame che vada oltre l’unica connessione biologica.
Il film di Aster indaga nevrosi, insidie, propagazioni di depressione e follia. Sconvolti dal dolore della perdita, dal lutto e dal senso di colpa, i Graham non comunicano tra loro, lasciandosi contaminare dalle patologie psichiche di una madre fuori controllo. Un’esperienza, quest’ultima che conduce chi osserva a non essere mero testimone, ma protagonista. Sembra infatti che Ari Aster giochi con la sua storia e i suoi personaggi per farsi beffe dello spettatore, facendogli perdere ogni certezza. Da Shining, a Rosemary’s Baby fino a A Venezia… Un dicembre rosso shocking, Hereditary – Le radici del male naviga tra registri diversi, aggiunge ingredienti che sembrano inizialmente dissonanti, trasformando il film in un’esperienza destabilizzante, spesso al limite dell’astrazione. In realtà, non si tratta di ereditarietà nel senso di trasmissione familiare, ma di propagazione di un patrimonio cinematografico di decenni di film horror. Hereditary – Le radici del male è un film costruito su più strati, una millefoglie in salsa horror la cui coerenza è tenuta assieme da una calcina sottile che appare maggiormente evidente nella richiesta rivolta ai suoi interpreti, chiamati a farsi in quattro per evolvere, mutando continuamente registro, avvalendosi di una mimica e di una prosa a tratti marcatamente teatrale. Come si è detto la storia è un dramma familiare che degenera di male in peggio dopo la morte della matriarca Ellen Grahm, madre di Annie, il cui necrologio apre il film. Annie (un’istrionica Toni Collette) e Steve (Gabriel Byrne) hanno due figli: l’adolescente Peter (Alex Wolff) e la tredicenne Charlie (Milly Shapiro). Emotivamente borderline, quest’ultima trascorre le sue giornate isolata da tutto e tutti, in un impenetrabile microcosmo. I due fratelli non potrebbero essere più diversi. Ad accomunarli, l’ingombrante figura materna, donna volubile, soggetta a violenti scatti d’ira, affetta da disturbi di personalità via via più evidenti. L’intrigo si rivela lentamente, i tempi sono calibrati a orologeria, le scene si strutturano durante discussioni animate intorno a un tavolo, a cena, nel bel mezzo di uscite per recarsi a una festa, nel corso di riconciliazioni lavoro-famiglia: temi questi che celano un disagio ben più profondo di quanto possa apparire in superficie, un male che inizialmente si è riluttanti a chiamare stregoneria. È più tranquillizzante per tutti pensare a un comune disagio psichico. Con pazienza, Aster allestisce un ambiente via via più lugubre che ci imprigiona, come le statuine di cera costruite da Annie, in una casa dai molti orrori. Schizofrenia, paranoia, occultismo, percorrono un film che eccelle nel creare immagini e scene da cui sarà difficile estraniarsi anche a visione conclusa di pellicola.

Chiara Roggino

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