I COEN GIOCANO CON IL WESTERN, MA LA BALLATA È FUNEREA. ASSAYAS SI FA CAPIRE, “A STAR IS BORN” NON FINISCE MAI

La Mostra di Michele Anselmi per Cinemonitor (4)

Doveva essere una serie televisiva in sei parti, poi è diventato un film ad episodi, sempre per Netflix, e forse è stato meglio così. Con “The Ballad of Buster Scruggs” i fratelli Joel & Ethan Coen tornano al western, e lo fanno alla loro maniera sulfurea e pessimista, inventando sei storie, perlopiù tendenti al macabro, che sembrano uscire da un libro di racconti in stile Louis L’Amour. Naturalmente ciascuna di esse allude, più o meno, ad altrettanti sottofiloni dell’epopea western, ma non è necessario cogliere riferimenti spiritosi e strizzatine d’occhio per gustare il cine-volumetto da scorrere come fosse uscito da una biblioteca ottocentesca.
Girato in digitale e infarcito di partecipazioni illustri, da James Franco a Liam Neeson, da Tim Blake Nelson a Tom Waits, da Brendan Gleeson a Tyne Daly, il film si apre e si chiude con la straziante ballata “Streets of Laredo” che riassume bene il senso dell’operazione, all’insegna di una soffusa quanto funerea nostalgia. Ogni tanto i Coen la buttano in burletta e si ride, salvo poi virare verso un’epica più classica e struggente, sia pure attraversata da un lampo di perfidia: sulla natura umana, sulle bizzarrie del caso, sulle strettoie dell’esistenza.
Un pistolero canterino vestito di bianco che pensa di essere invincibile nonostante la ricca taglia che pende sulla sua testa; un inetto rapinatore di banche che scampa all’impiccagione ma finirà lo stesso sulla forca per un reato mai commesso; un malinconico show teatrale itinerante con un ragazzo inglese senza gambe e senza braccia, una specie di freak, che recita alati pensieri a rozzi pionieri sotto lo sguardo dell’impresario avido; un vecchio cercatore d’oro che ai bordi di un ruscello paradisiaco trova finalmente la vena d’oro capace di renderlo ricco se non fosse che…; una zitella destinata in moglie a un benestante dell’Oregon che si innamora di uno dei due cowboy incaricati di guidare la carovana attraverso i territori indiani; una diligenza con cinque passeggeri a bordo, due dei quali stanno molto ad ascoltare e forse non sono coloro che dicono di essere.
Volendo le citazioni si sprecano: dai film con Gene Autry alla parodia di “Per qualche dollaro in più” (in un episodio siamo a Tucumcari), da “I compari” a “La ballata di Cable Hogue”, da “L’ultima carovana” a “Ombre rosse”. Ma alla fine dei conti credo che i Coen non abbiano più di tanto saccheggiato la cineteca, preferendo cucire addosso ai loro personaggi, s’intende abbastanza tipicizzati, pure stereotipati, destini che potremmo definire buffi se non fossero quasi tutti ghermiti dalla morte. Humour nero e iconografia western vanno a braccetto in “the Ballad of Buster Scruggs”, lasciando nello spettatore un vago senso di disagio, forse anche una domanda: verso dove s’avviano davvero i viaggiatori della diligenza che chiude simbolicamente l’antologia?
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Si parla di libri anche in “Doubles vies” del francese Olivier Assayas, secondo film in concorso della giornata. Dopo la micidiale doppietta (micidiale per me) “Sils Maria” e “Personal Shopper”, il 63enne regista francese è tornato a un cinema più fresco e meno artificioso, all’insegna di una chiacchiera sofisticata e leggera, vagamente alla Rohmer, nella quale far precipitare le vite abbastanza “doppie” dei suoi personaggi. Luce naturale, assenza quasi totale di musica, un’ironia ben temperata che assorbe la pioggia di citazioni colte, un’atmosfera da “ronde” sentimentale nell’epoca della rivoluzione digitale e degli algoritmi al potere.
L’editore parigino Guillaume Canet respinge il nuovo manoscritto del romanziere a pezzi Vincent Macaigne, trovandolo noioso e ripetitivo nel rievocare vicissitudini sessuali di piglio autobiografico. Non sa, l’editore, che la moglie Juliette Binoche, attrice di serie tv poliziesche di successo, da sei anni lo tradisce proprio con lo scrittore; e d’altro canto anche l’editore si sta dando da fare con una bella ragazza bisessuale appena assunta perché si occupi dello sviluppo digitale dell’azienda.
Assayas conduce con tono frizzante la partitura, lasciando che la colta logorrea dei personaggi si stemperi in una malinconica riflessione sulla natura dell’amore, senza per questo rinunciare ad affondi comici o da commedia upper-class. Vengono evocati, anche per sorriderne un po’, “Il nastro bianco” di Michael Haneke e “Luci d’inverno” di Ingmar Bergman, “Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa ed “Estinzione” di Thomas Bernhard; e alla fine il tono leggero, da riflessione maliziosa sugli affanni emotivi/professionali prodotti dalla new-economy, vince sull’intellettualismo programmatico chiudendo il film su un’immagine di quieto ottimismo.
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Non vale la pena di chiedersi perché il direttore Barbera abbia voluto presentare, sia pure fuori concorso, “A Star Is Born”, cioè il terzo remake del classico di William Wellman del 1937. L’applaudito arrivo al Lido di Bradley Cooper, pure regista, e di Lady Gaga, la pop-star trasformista, spiegano in buona misura la scelta. Tuttavia il film non è una riuscita. Ricalca abbastanza fedelmente la versione del 1976 di Frank Pierson con Kris Kristofferson e Barbra Streisand, pur nelle diversità delle canzoni originali e di alcuni snodi drammaturgici. Il capellone e barbuto Jackson Maine è una star country-rock dalla vita ormai bruciata, causa alcol e droghe. Quando in un bar per drag-queen, dove è finito per caso, ascolta una cantante dilettante che intona “La vie en rose” scatta la scintilla: Ally sarà bruttina ma ha talento da vendere, e lui, stanco della solita musica, decide di lanciarla, di favorirla, poi di sposarla. Ma quanto può durare? Mentre lei, rimessa a nuovo e ormai diventata Lady Gaga, trionfa ai Grammy, lui si rituffa nell’autodistruzione come un vecchio cowboy rimasto senza cavallo. La fine è nota, anche se qui cambiano le modalità.
Già non era granché il film con Kristofferson & Streisand, l’attuale remake del remake dura pure 135 minuti e a un certo punto non ne puoi più di vedere Bradley Cooper che beve, barcolla, sniffa, borbotta, si piscia addosso sul palco, schitarra scomposto e fa il molesto.

Michele Anselmi

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