GUADAGNINO RIFÀ “SUSPIRIA” MA STORICIZZA E AGGIUNGE UN’ORA. CON LEIGH CRONACA DI UN MASSACRO NELLA MANCHESTER 1819

La Mostra di Michele Anselmi per Cinemonitor (5)

Curioso. “Suspiria”, l’originale di Dario Argento, durava 95 minuti; l’atteso remake che Luca Guadagnino ha portato in gara alla 75ª Mostra ne dura 152. In pratica un’ora di più. Il che è molto in linea con l’idea di cinema oggi professata dal regista di “Chiamami col tuo nome”. Più o meno: “L’arte umana non si basa sull’invenzione e l’originalità, ma sul trovare un nuovo punto di vista” (dal daily “Ciak in Mostra”). Oddio, pare che all’inizio Argento non fosse proprio felice del rifacimento, ma poi, incassati i congrui diritti, le cose si sono appianate, e una scritta che attesta una sorta “di collaborazione” tra i due registi compare sui titoli di coda in stile pop, prima di una scena finalissima a sorpresa.
Uscito in Italia nel febbraio 1977, “Suspiria” era ambientato in una scuola di danza di Friburgo, e non custodiva, nonostante il riferimento nel titolo al romanzo “Suspiria De Profundis” di Thomas de Quincey, soverchie ambizioni d’autore: doveva essere una fiaba nerissima capace di spaventare il pubblico facendolo sprofondare in una dimensione non più solo “gialla” ma di gusto soprannaturale.
Guadagnino invece che fa? Contestualizza e storicizza, un po’ come aveva fatto con i riferimenti a Grillo, Craxi e alla battaglia di Fellini sugli spot in “Chiamami col tuo nome”. Quindi ambienta il suo “Suspiria” proprio nel 1977, in una Berlino ricostruita in parte a Varese, e immerge la storia di streghe madri e figlie in una Germania non del tutto de-nazificata, scossa dalle azioni terroristiche della banda Baader-Meinhof: sequestri, dirottamenti aerei, infine il controverso suicidio nel carcere di Stammheim. L’ambizione, appunto, è di alzare il tono del racconto, pure evocando gli anni delle rivoluzioni femministe, ma senza rinunciare al consueto caleidoscopio cinefilo, fatto di strizzatine d’occhio. Per dire: la donna-fantasma creduta morta in un lager è Jessica Harper, che del primo “Suspiria” fu la protagonista, nei panni di Susie Bannion.
Susie ha ora le fattezze birichine e i lunghi capelli rossi di Dakota Johnson, che arriva a Berlino dal lontano Ohio per frequentare la prestigiosa scuola di danza diretta da madame Blanc, cioè Tilda Swinton, fisicamente una specie di Pina Bausch, la caposcuola del Tanztheater. Ma qualcosa in quella scuola-gineceo non torna: alcune giovani ballerine cominciano a scomparire durante le lezioni e un anziano psicoanalista vedovo si mette a indagare su quelle sparizioni. Il resto lo potete immaginare se avete visto “Suspiria”, anche se Guadagnino non vuole essere da meno di Argento in materia di crudeltà tendenti al profondo rosso, in un crescendo di ossa fracassate, arti disarticolati, corpi uncinati, fiotti di sangue, teste quasi mozzate.
“Ogni film che realizzo è come un esordio per me: un nuovo inizio che parte dalle memorie che hanno costruito il mio immaginario” spiega Guadagnino sul catalogo della Mostra. Come era successo con “A Bigger Splash”, che risuolava liberamente “La piscina”, anche qui il regista italo-algerino sembra dirci: “Suspiria” è un pretesto, io allargo il discorso, alludo, potenzio e metaforizzo. Non a caso, nel sabba finale in chiave di dionisiaca coreografia, paiono evocati i corpi nudi e ammassati del pasoliniano “Salò o le 120 giornate di Sodoma”, mentre lo psicoanalista rinfaccia alla sempre più ambigua Susie: “Puoi spacciare per veri i tuoi vaneggiamenti. Le religioni funzionano così, anche il Terzo Reich funzionava così” (a me sembra una solenne sciocchezza).
Sei capitoli più un epilogo compongono il nuovo “Suspiria”, che uscirà in Italia distribuito da Videa anche se ha prodotto Amazon con contributo del Mibac. Di sicuro Guadagnino pigia lacrime, tenebre e sospiri in questo gotico tedesco, livido e fiammeggiante allo stesso tempo, esteticamente molto accurato, che forse suggerisce anche a un discorso sul Potere Americano. Ogni tanto io ho sbadigliato, ma debbo riconoscere che mi annoiò anche il primo “Suspiria”, benché durasse un’ora di meno.
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Questa faccenda della pezzatura lunga che permetterebbe ai registi di esprimersi meglio non convince granché. Se “Suspiria” madura 152 minuti, “Peterloo” di Mike Leigh, sempre targato Amazon e acquistato da Academy Two, arriva a 154, e non sorprende che in parecchi abbiano lasciato la sala anzitempo. Il cineasta inglese è un marxista convinto sempre dalla parte degli oppressi, ha girato film belli e se non bellissimi, come “Il segreto di Vera Drake”, ma questo nuovo si fa più apprezzare per la storia che racconta che per come la racconta.
Il 16 agosto del 1819, a Manchester, una pacifica manifestazione di operai, contadini e lavoratori, con contorno di donne, vecchi e bambini, fu repressa nel sangue, a colpi di sciabole, dalle truppe britanniche. I manifestanti chiedevano “liberty”: cioè di poter eleggere propri rappresentanti in Parlamento, pure di poter comprare il pane a prezzi più contenuti. Ma nemmeno il tono quieto del discorso cominciato dal carismatico leader Henry Hunt impedì lo scatenarsi della violenza di Stato. Il tragico risultato di quella carica insensata fu una quindicina di morti e centinaia di feriti, anche gravi. Il loffio Principe reggente Giorgio ringraziò giudici e truppe per aver punito “la marmaglia riottosa”, ma il massacro, esecrato in buona parte del Paese, inaugurò una nuova stagione di lotte.
Il titolo va spiegato: “Peterloo” è un mix tra St. Peter’s Field, il luogo dell’affollata riunione, e Waterloo, il luogo della sconfitta definitiva di Napoleone. A cucire i due eventi l’amaro destino del soldatino Joseph, ancora vestito con la giubba rossa d’ordinanza: sopravvissuto ai cannoni francesi finirà infilzato su quella piazza da un dragone inglese. Il film, anche ben recitato, ricolmo di dettagli storici, di riferimenti accurati all’oratoria del tempo, però poverello sul versante degli effetti speciali, indugia molto sull’antefatto, in modo da spiegare per filo e per segno il clima sociale in cui maturò la carneficina reazionaria. Ogni tanto “Peterloo” sembra un docu-drama televisivo, Leigh ha fatto di meglio. Diciamo che una sforbiciata gli avrebbe giovato.
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In confronto il terzo titolo in gara sabato è quasi sembrato un cortometraggio: “solo” 111 minuti per il franco-belga “Frères Ennemis”, più o meno “nemici fraterni”, di David Oelhoffen. Trattasi di poliziesco tosto e notturno, un po’ all’americana ma con cuore europeo. Manuel e Driss, cioè Matthias Schoenaerts e Reda Ketab, sono cresciuti insieme, amici per la pelle, in una periferia francese arabeggiante, ma oggi si ritrovano sul fronte opposto della legge: l’uno commercia in hashish e cocaina, l’altro è un poliziotto dell’antidroga. Quando Manuel scampa per miracolo a una sparatoria che gli manda in vacca un affare milionario l’amico-nemico Driss si mobilita per capire chi è stato. Onore, tradimento, logica criminale, senso della fratellanza, mogli e figlie: “Frères Ennemis” va sul classico, con la giusta dose di concitazione e una ruvida descrizione d’ambiente. Poco aggiunge al concorso, ma si fa vedere volentieri.

Michele Anselmi

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