MINERVINI NON SCALDA COL SUO REPORTAGE SULLA VITA DA “NERI”. AUDIARD FA IL WESTERN ALLA FRANCESE, TRAPERO PORTA IL SESSO

La Mostra di Michele Anselmi per Cinemonitor (6)

Il titolo, parecchio evocativo, viene da un vecchio blues di Huddie Leadbetter, detto “Leadbelly” (1885-1949), che fu artista nero, piuttosto ribelle, pure finito in carcere per il suo caratterino. Il regista marchigiano Roberto Minervini torna con “What You Gonna Do When The World Is On Fire?”, secondo titolo italiano in concorso a Venezia 75, al tema che più gli preme, ripercorrendo in chiave diversa le strade del precedente “Louisiana (The Other Side”). Del resto, siamo di nuovo in Louisiana, con una scappata a Jackson, nel Mississippi, e non si vede una faccia bianca in giro. Minervini si immerge in una variegata comunità afroamericana e native-american per estrarne alcuni personaggi, in realtà persone che interpretano se stesse. Insomma una sorta di ricerca etno-antropologica appena drammatizzata, nel solco di cineasti come Robert Flaherty o Jean Rouch.
Il film è infatti un documentario, sia pure atipico, diciamo “creativo”, dove tutto è autentico, vero, ma per alcuni versi falso, recitato. Il bianco e nero, ovviamente una scelta estetica che drammatizza, fotografa una situazione razziale che uno dei narratori sintetizza così: “È duro essere nero dove vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo”. L’omicidio barbaro di un giovane nero, che fu impiccato, bruciato e decapitato secondo le apparenti “modalità” del Ku Klux Klan, fa da tragico innesco a un film corale che offre vari punti di vista, partendo dai fatti tragici accaduti, appunto, nell’estate del 2017.
C’è Judy, cantante già tossica e devastata dai maschi, che prova ad aprire un bar nel suo quartiere, per vivere onestamente e offrire ai musicisti locali un posto nel quale suonare. Ci sono Ronaldo e Titus, 14 anni il primo e 9 il secondo, due fratelli tirati su dalla madre Ashley, onesta e coraggiosa, nell’assenza di riferimenti paterni (l’uomo è in carcere). Ci sono Chief Kevin e la tribù delle Frecce ardenti, che animano le suggestive parate del Mardi Gras senza rinunciare a iniziative militanti, a tasso fortemente simbolico, come le biciclette illuminate, per ribadire la propria identità contro un processo costante di “gentrificazione” della città. Ci sono infine le Pantere Nere, anzi “The New Black Panther Party per Self Defense”, che aggiornano le antiche parole d’ordine rivoluzionarie alle nuove emergenze sociali, proponendosi come una diga, pure armata se necessario, al potere poliziesco bianco.
Il film cuce, senza intrecciarle, le varie storie, lasciando che a poco a poco emerga lo spirito di fondo di una condizione umana poco incline all’ottimismo: “Ci hanno liberato ma siamo ancora fottuti schiavi” grida Judy in un momento di sconforto, quando abbraccia una madre strafatta di crak rivelandole le turpitudini subite da ragazza.
“What You Gonna Do When The World Is On Fire?”, suppergiù “Che cosa fare quando il mondo è in fiamme?”, è un film severo, non accomodante, un po’ noioso, non retorico nel raccontare “l’altra America”. Minervini si fida forse troppo di quelle belle facce e di quelle voci prese dalla strada, e magari prende eccessivamente sul serio, per conquistarne la fiducia, gli slogan fanatici, gli atti solidali e l’opera di proselitismo di quelle rade “nuove” Pantere Nere.
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Si resta negli States, ma all’insegna dell’epica western sia pure riveduta e corretta dal francese Jacques Audiard, con “The Sisters Brothers”. La storia, desunta dall’omonimo romanzo del canadese Patrick deWitt, ha un che di buffo a partire dal titolo: i fratelli in questione fanno di cognome Sisters, cioè Sorelle. Buffo è pure l’andamento picaresco che il regista, autore di film tosti come “Il profeta” e “Un sapore di ruggine e ossa”, imprime al suo western girato in Romania e Spagna, ma con attori americani per rendere la faccenda più credibile.
I fratelli Sisters sono due killer a pagamento che operano nell’Oregon del 1851, agli ordini di un potente locale chiamato il Commodoro. Charlie e Eli sono affidabili, veloci, precisi, feroci al punto giusto, anche un po’ psicopatici; ma le cose si complicano quando devono mettersi sulle tracce di un certo signor Warm, un giovane che avrebbe messo a punto la formula di uno speciale composto chimico capace di far risaltare l’oro nascosto nei corsi d’acqua.
Dotati delle micidiali Colt Navy appena commercializzate, i due segugi hanno ricevuto il compito di torturare il fuggiasco per farlo parlare; solo che un detective già sulle tracce di Warm non ha più voglia di consegnare il poveraccio ai due sicari e tutto si incasina nel lungo inseguimento dall’Oregon alla California, con tappa a San Francisco.
Secondo western in concorso, dopo l’antologico “The Ballad of Buster Scruggs” dei Coen, “The Sisters Brothers” è esattamente come te l’aspetti: fitto di dialoghi strampalati, situazioni comiche, affondi sanguinari, paradossi ideologici (si parla anche di un utopistico “falansterio”).
Audiard non sovverte il genere, ma neanche lo prende sul serio, sicché ne esce un western palliduccio, vagamente intellettuale, s’intende “alla francese”, realistico nel look polveroso, a tratti romantico, e tuttavia sarcastico nel discorso di fondo sull’avidità umana. Joaquin Phoenix e John. C. Really sono i due fratelli, l’uno alcolizzato e perverso, l’altro meditativo e gentile; Jake Gyllenhaal è il detective dal cuore d’oro; Riz Ahmed fa il chimico idealista, mentre Rutger Hauer in partecipazione speciale appare nei panni del Commodoro.
Ogni tanto il western rinasce per tirare le cuoia subito dopo. Adesso se ne girano parecchi, anche per la tv. Non saprei dire quanto durerà la moda, ma continuo a pensare che il Far West sia roba per cineasti americani; gli europei ci mettono sempre qualcosa di troppo: cioè di incongruo, fesso, bambinesco, da film in maschera. Sergio Leone insegna: e ora lapidatemi.
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Dai fratelli americani alle sorelle argentine. Pablo Trapero, premiato a Venezia 2015 per “El Clan”, porta fuori concorso il bizzarro “La Quietud”, un mélo a forti tinte, soprattutto ad alta gradazione erotica (era ora in questa Mostra quaresimale!). Il titolo allude al nome di una gigantesca tenuta di campagna poco distante da Buenos Aires. Qui torna da Parigi, dopo l’ictus che ha quasi ucciso il vecchio padre, la trentenne Eugenia, bella e sensuale come la sorella Mia. Nell’incipit, molto ben scritto e recitato, le due giovane donne si masturbano gioiosamente a letto ricordando il nerboruto idraulico della loro adolescenza; ma in realtà c’è poco da stare quieti a “La Quietitud”. Altro che famiglia unita e solidale. La madre-tiranna non vede l’ora che il marito schiatti e di sicuro detesta la figlia maggiore Mia; la quale va a letto appena può con Vincent, il fidanzato di Eugenia; a sua volta lesta nell’accoppiarsi allegramente con il figlio di un avvocato locale. Quando Eugenia annuncia di essere incinta di Vincent la fragile tregua si trasforma in un’aspra resa dei conti. Come se non bastasse, piano piano emerge che l’origine di quella sterminata fazenda risale agli anni bui della dittatura militare…
Martina Gusman e Bérénice Bejo (quella di “The Artist”) sono così simili da sembrare davvero sorelle nemiche-amiche. Le due attrici si impongono nel gioco al massacro che presto dissolve ipocrisie e smaschera bugie. Il problema di Trapero è che ogni tanto gli scappa, nel gonfiarsi degli eventi, la comicità involontaria; per non dire dell’uso peregrino, alquanto rozzo, delle canzoni. Anche se quella che chiude la storia, all’insegna di un’inattesa complicità sorellesca, ci sta tutta: si chiama “Amor completo”.

Michele Anselmi

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